Ceronetti 90

Qual fascio di articoli insanguinati, gli occhiali frantumati di Carlo Casalegno, i due tre messaggi scarabocchiati nel letto dove giaceva col volto coperto, senza più voce, chiedono perché, e non c’è risposta, se non è la Moira a darla, col suo silenzio. Intanto lo sgomento di un giornale ferito, un anno fa, da quei quattro colpi rimbalzati dentro stanze dove l’orrore del mondo arrivava soltanto filtrati dalle telescriventi, è riassorbito da tempo, o se residui ci sono, non sono più palpabili; le colonne hanno continuato a ospitare attentati e processi, altri attimi di violenza in cerca di spiegazione e di castigo, sospesa. Quanto al dolore di una donna rimasta sola, vorrei ricordarlo qui come l’unica ustione refrattaria a ogni cura tra quelle prodotte dal colpo. E anche la devastazione portata negli affetti privati sta scritta sulla cambiale erinica di chi gli ha sparato. Dobbiamo tenerci, in questa convivenza col terrore politico che si è fatto esistenza quotidiana, a un’illusione vitale: che la vittima di un’azione terroristica sia il fine dell’azione stessa. Pensare che togliere la vita a Carlo Casalegno fosse proprio lo scopo del gruppo omicida ( che per parte sua deve illudersi, per tollerarsi, di essere una formazione militare), lo scampa almeno, nell’irreparabilità della morte, dall’ingiuria di essere stato scelto come un mezzo. È fantasticare sul male? Questa volontà di terrore non ha per fini persone ma cose, sceglie l’uomo dopo aver calcolato quanto rimbombo giornalistico, televisivo e di piazza, o quanta paura all’interno di un’azienda o di un piano dello Stato, si può lucrare versandone il sangue. E la cancellatura dell’uomo è più orribile della sua uccisione; prendendo la voce dell’ucciso bisogna gridare io io io io… Cercare negli articoli di Casalegno i motivi della sua incredibile condanna a morte è meno atroce che vederlo cadere sotto il portone di casa allo scopo di soddisfare la mania pubblicitaria del partito armato, e aver trovato in un covo, stipato di sofismi, i ritagli della sua rubrica può alimentare l’illusione dell’obbiettivo personale – lui perché lui – togliendo al crimine un poco della sua astrattezza glaciale, di crimine disumano. Se diciamo che, colpendo Casalegno, si voleva «in realtà» colpire «il giornalismo italiano», e «la libertà di stampa», «tutti i giornalisti», o addirittura – come eternamente ripete uno dei più noiosi tic verbali – «le conquiste della democrazia», lo spossessiamo della sua umanità indivisibile per farne un bersaglio transitivo, l’angolo di una carambola. Dire «attraverso di lui il reale obbiettivo era…» è fare di una vittima, di cui niente è più reale, un prisma bucato, e quasi assolvere chi «in realtà» aveva di mira, più che un uomo, degli istituti. Sono le vergogne di un mondo che vive, respira, marcisce nella propaganda. Poiché gli istituti non hanno vene, la propaganda dei buoni può concludere trionfalmente che il vero obbiettivo non è stato toccato. Sarà, ma c’è quel corpo insanguinato sotto un portone, lì i proiettili si sono fermati. Se quell’uomo solo è dilatato a poligono fitto di sagome, all’uomo Casalegno è negata, dai suoi stessi amici, l’umile giustizia del riconoscimento della realtà della sua morte. Il mostro del linguaggio facile ci tenta a rinnegarlo come fine, perché ci tranquillizzi subito l’intangibilità o la sopravvivenza delle cose che erano «il vero obbiettivo»: i giornali escono, la legalità turbata si ricompone, gli affari non si interrompono. Sembra, visto da questo lato, che lo scopo del crimine terroristico sia di rendere più grasse e prosperose le Istituzioni. Il Trionfo delle Istituzioni in queste sanguinose ordalie è tale, che sarebbe legittimo, invece che fare giustizia, indire festeggiamenti. Finisce che è bene che certi uomini (pseudo-obbiettivi, sebbene trapassabilissimi da Nagant e Ingram) siano uccisi, per provare come brillantemente resistono le cose «attraverso di loro» prese di mira. Dopo un attentato clamoroso, si avverte sempre una morbosa euforia nelle dichiarazioni pubbliche. Così la vittima patisce violenza due volte. Quando Antonio mostra il corpo di Cesare trafitto dai congiurati non dice che, attraverso di lui, toga squarciata e vuota, si voleva «in realtà» colpire la memorialistica militare; dice soltanto: vedete le ferite. Abbiamo oggi congiurati così poveri di consistenza umana da uccidere per colpire la memorialistica militare attraverso il corpo di Cesare? È possibile; ma la presenza tra noi della vittima innocente dovrebbe avere più peso delle intenzioni di qualunque massacratore di astratto per mezzo di un uomo vivo. L’illusione individualista è vitale perché vede oltre il calcolo, la gratuità, la miseria del gesto omicida: lascia intravedere quel profondo mistero in cui la vittima di un assassinio, per necessità fatale, attira contro di sé, e quasi dirige, il colpo; ne fa il centro del dramma. Non è da tutti, osserva un grande chirurgo, sapersi fabbricare una sindrome dolorosa; e non è da tutti sapersi fabbricare una fine tragica. La figura sorridente, l’immagine pubblica, pur così riservata, di Casalegno, parevano escludere, per lui, una predestinazione tragica. Il suo stile rifuggiva dal tragico, anche nella semplice forma del dilemma e dell’aut-aut. Lo hanno freneticamente ucciso, e questo conferma che la somma delle sue apparenze non dà mai per risultato un uomo. I proiettili sparati da un ignobile buio, perforando quella sua impenetrabile maschera di ottimismo e di fiducia nell’uomo cittadino con cui mi era difficile, e perfino doloroso, discutere, hanno scoperto un volto pudicamente amaro, che tra studi nobili di storia e di letteratura si avviava a un incontro, con la morte, tra i più spietati. L’espressione, che non posso citare senza disgusto, «abbiamo giustiziato Casalegno servo dello Stato» è il trucco degli esecutori per privare, a loro volta, Casalegno della sua morte. La verità ritorce: no, avete assassinato Casalegno, un uomo e un padre, un professore di lettere, che aveva un posto in un giornale e non serviva lo Stato ma un’idea dello Stato che coincideva col bene pubblico. Mostriamo le ferite, non permettiamo che la vittima ci sia tolta dagli occhi. Casalegno giornalista aveva una speciale bravura nell’emendare opinioni in cui sentisse il falso o l’esagerazione deformante (lo provò in varie occasioni, polemizzando con Basso, Pannella, Pasolini); era un servitore del giusto e aveva un istinto sicuro per fiutare e misurare l’ingiusto. Lontano dal potere, lo giudicava dall’esterno, senza oltrepassare il suo limite di osservatore dei fatti. Era un critico, non un accusatore profetico o satirico del potere; temeva la sovversione istituzionale come preannuncio di estensione del Gulag e del potere che tortura e impone il silenzio. Ma la semplice rettitudine di vista può risultare intollerabile in una decomposizione visionaria. Come Casalegno non è il giornalismo, né lo Stato, né il governo, né la Fiat, così i suoi uccisori non sono né classe messianica in marcia né rivoluzione in potenza. Sono un uomo, o due, o tre, o quattro, o dieci uomini che hanno, avranno finché vivano, sulle mani, il sangue incancellabile di un giusto. Non c’è una palla da tennis che salta dal campo rivoluzione al campo Stato in questo gioco funebre. C’è una mano buia che spegne, con l’infinita viltà dell’agguato a un inerme, una vita senza colpa; il resto è fumo e desolazione. I fini politici, ridotti qui a polipi del semiserio dottrinale, a digrignamenti dell’assurdo, collochiamoli nella retrovia, nel subordinato, nella vanitas. Niente sofismi tra lo sparo e il volto. L’unico risultato concreto della follia di assumere la società come un fine assoluto è sempre il crimine. Ma è difficile rompere questo incantesimo, mettere una frescura in questa vampa di fede per miserabili. C’è un dogma indomabile, mostruoso fungo, che viene predicato continuamente a tutti, attraverso tutto, dalle voci più potenti, dalle più idiote: la società è il fine, non avrai altro fine che la società e il suo cambiamento. Se qualcuno lo prende ferocemente sul serio, e impugna un’arma, e fa della morte di Casalegno un mezzo in vista di quel fine, dell’uccisione di magistrati, agenti, avvocato, capiofficina, altri mezzi in vista di quel fine che gli è stato predicato da ogni tribuna, da ogni giornale, non sarà tanto un eversore quanto un fedele, un geloso discepolo del dogma ufficiale, uno che le campagne elettorali e le tavole rotonde, i fondi dei giornali e la scuola, hanno perfettamente persuaso. Bisogna aver fatto sparire dentro di sé ogni traccia di questo dogma che ha labbra sporche per poter condannare con labbra pure i crimini che ne discendono. E sempre più importa rialzare il perduto, il naufragato senso della violenza fatta e patita, del sangue versato, della vita tolta, della colpa individuale e della sua necessaria espiazione e retribuzione – anche cruenta – per non impoverire, non svuotare, non cancellare vigliaccamente la morte.

 

[questo articolo – uscito su La Stampa, e contenuto in “Piccolo inferno torinese” (Einaudi) –riassume molto della letteratura di Guido Ceronetti, la sua grande capacità di catturare i momenti, la sua forza di scrittura, è un manifesto, e mi è sembrato perfetto per celebrare i suoi 90 anni.]

 

il disegno è di Tullio Pericoli

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