Alexanderplatz mit Mozarella

Va a Berlino, Massimo Zamboni, in autostop con i passaggi democristiani – come se fosse un Nenni nella stanza dei bottoni – e con le medaglie di Lenin sul petto. Va un po’ ad occupare casa e un po’ a cercare se stesso, alla fine trova un lavoro in una pizzeria, e quello che diverrà il suo compagno di musica e gruppo: il mistico Giovanni Lindo Ferretti. Aggiungete lingua tondelliana di seconda classe, speranze comuni alla sua generazione e rivoluzione nello zaino. Ma arrivato “a quel Nord” trova fricchettoni e siciliani, con i secondi che gli insegnano veramente a vivere rispetto ai primi. Cercava la libertà, trova il rigore. “Nessuna voce dentro” (Einaudi), è un libro uscito la prima volta dodici anni fa, e riedito ora, ma che, nonostante l’editing e la riscrittura, continua a rimanere un ottimo documento privato e un pessimo libro, con schegge di scrittura da salvare e un contorno di impressioni confuse. Cerca la suggestione, riproduce suoni e swing dell’oralità raccolta, con pezze e polaroid della Berlino anni Ottanta, ancora il muro, che è un sostantivo femminile, una signora, die Mauer, e somiglia alle officine reggiane: l’osservazione migliore del libro, che poi ne è l’anima, il giochino d’assonanze, trova quello che sai e ti appartiene nella grande città estranea. Scritte sui muri, entusiasmo, una pizzeria uscita da un film con Manfredi: i tedeschi mangiano male, ma vivono meglio; Rilke, Roth (Joseph non Philip), Bowie – manca Günter Grass, in quanto socialdemocratico – e Weltanschauung: che persino Claudio Magris usa con parsimonia nei suoi editoriali. Una Odissea di Germania per arrivare a Ferretti, e diventare CCCP e CSI.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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