Buonanotte Professor Marcuse

Scavalcando lo schema più comune che i detti seguono il tempo: non saremo più adulti e vaccinati per sobbarcarci il peso della vita, ma solo adulti e un po’ più soli. Almeno secondo il prossimo partito di governo, un esercito di antieuropeisti, forse disarmati, sicuramente meno colti, privati come sono stati delle biblioteche preferite ai cabaret. Un esercito di ex giovani, che ha fatto in tempo ad essere ex rifondaroli, ex berlusconiani, ex fascisti, ex comici. Una tribù di interessi con richieste di interventi perentori su tutto quello che è inutile. Capi per autonomia con vitalizi – solo di fiducia, forse – fondati e diretti da loro medesimi, con dogmi da imporre da disobbedienti, usando la paura come aggregante, e la rabbia come risposta. È tutto un frou frou di bassi servigi spacciati per alte risposte. Niente adunate se non maxime, per tutto il resto c’è il tamtam della rete. In un italiano aggressivo pure con le regole della grammatica, in un involontario esperimento di avanguardia linguistica che scavalca la storia, la geografia, i condizionali e soprattutto i fatti, e va dritto alla verità, quella estranea agli altri, non detta, taciuta, per via del Sistema. Loro procedono sottotraccia, fuori dalla conciliante e compromissoria discussione demmocrateca, eh no, non si lasciano ingannare, sfuggono, preoccupandosi della manutenzione della libertà, secondo le devianze umorali del Capo. Invocando commissioni alla provocazione e alla propaganda, al posto di quelle sulla Storia del paese, con conseguente perdita di identità e coordinate, almeno secondo gli editoriali dei giornali “preoccupati” dall’aspettativa di convivenza con l’ennesimo estraneo politico che diventa maggioranza. Il rimedio? L’attesa, e la recita cantata di “Bella ciao” sotto i nuovi tendoni dei festival di Mantova, Pordenone, Perugia, Milano, Torino. Con conseguente sermone scomodo del poeta e/o scrittore e/o regista e/o attore, quindi politicamente vidimate e interscambiabili tra le opposizioni, come già anni fa notò Arbasino, di quelli che si opponevano a Berlusconi e/o Agnelli e/o Andreotti e/o Craxi e/o Cossiga. Ma si sa: non c’è democrazia senza sacrificio, e i sacrifici passano tutti per gli incroci tra magistrature e giornali, in un equo scambio trasversale, in una convergenza se non correttissima sicuramente giusta, con pentimento per quelli che restano venti anni dopo come insegna Antonio Di Pietro. L’importante è l’equa divisione, tra buoni e cattivi, tra giusti e sbagliati, subordinati e subalterni, senza contesto a disturbare, tanto gli utenti son sempre stati di basso grado, e sempre lo saranno: basta il susseguirsi di riforme scolastiche a garantire il dato. Théorie et pratique si incontrano in procura, attraverso i solerti carabinieri che sempre furono pronti a sparare ai Carlo Giuliani come a costruire prove contro i Renzi, mentre i ministri dimenticavano i Regeni. È la bella Italia dei Beni Culturali, che apre i musei al sabato notte e li mette gratis alla domenica mattina per dimenticare le stragi e i morti, si sa: il lutto vuole azioni pratiche a contrastare il vuoto che il cadavere lascia. Tutti in fila, un Botticelli per una stazione, un De Chirico per una piazza, un Burri per il resto delle ferite dai cieli al mare, dalle navi agli aeroplani, è tutto uno sciopero, signora mia, degli assistenti di volo, e dietro la Place de la Bastille c’è la munnezza. Un mucchio di camicie bianche e cravatte che furono interessate alla collettività, nel suo complesso, sia chiaro a tutti, ma che poi – baize profonde ed perspective progressive – in una ricaduta promozionale divennero inutilmente noir. Reduci e contestatori, ministri e oppositori, professori e allievi, sommariamente furono ridotti a ingerenze, un peso oppressivo, come lo erano stati i vaccini, quella certificazione che col tempo che ti era passato addosso, faceva di te uno adatto ad affrontare la vita e il suo peso.

foto di Willy Ronis

[per Alberto Arbasino]

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