Che ti ha fatto San Gennaro?

Quando Dominick Cirillo aprì il New York Times e lesse della guerra a Little Italy, sputò a terra, e poi riprese a leggere. I commercianti di NoLIta (nord di Little Italy) non volevano che la festa di San Gennaro e le bancarelle di cannoli e zeppole infestassero i loro negozi di lusso, e risputò a terra. Perché passi per i cinesi, poteva anche arrivare a capirli che quelli finalmente cacciavano la testa fuori dalle lanterne, ma per gli italiani no, non ci poteva passare sopra. Quelli stavano buttando nel cesso la loro storia. Sfogliava le pagine del giornale leggendo e rileggendo i nomi e le giustificazioni, senza smettere di pensare: ‘sti strunze. Il resto del tempo lo passò a cercare invano il nome di un prete che avesse difeso il santo, niente. E forse per via della rabbia sentì una fitta che gli partiva dal culo, la prostata gli ricordava i suoi 82 anni, ben portati come dicevano tutti, ma che lui sentiva sulle spalle. Come sentì la distanza dalla sua gente. Intorno a casa come sul giornale, c’erano solo questi pezzi di merda di nuovi italiani, o quei pezzi di merda di cinesi con le loro borse di pelle. Quando si innervosiva Dominick, detto “Quiet Dom”, proprio perché per innervosirsi ci voleva tempo, gli si allargavano le narici, e sua madre ripeteva che quella cosa le faceva pensare ad Angela Luce, una attrice e cantante napoletana. Lui l’aveva vista solo in foto, sua madre invece andava a sentirla qua a New York, ed era pazza di quella femmina. Cirillo cullato dal ricordo della madre, si accarezzò il naso, e prese a bere il caffè che si era fatto freddo. Gli parve di risentire Vincent “Chin” Gigante, mormorargli, come faceva sempre prima di ogni azione: «E ricordati i momenti belli». E lui rispose: «Dove cazzo li prendo che son rimasto solo io, in mezzo a questi che non tengono rispetto nemmeno per San Gennaro nostro?». E sentì annodarsi un dolore in petto. Si guardò intorno, e lo sguardo cadde sul telefono, ma il conforto non salì a riprendersi la sua calma, non aveva nessuno da chiamare, anche per i nuovi della famiglia, quella festa significava poco e niente, e anzi, quasi conveniva che la smettessero con quella parata di fede, perché loro con i negozi ci guadagnavano, e Little Italy, adesso, era una cosa diversa. A Dominick parve di sentire quella musica strana che aveva a che fare con le sirene della navi e i racconti di sua madre Yolanda, e che gli fece stendere con due ganci Patrick ‘O Brian, in uno dei suoi primi incontri, quando era una giovane promessa italiana della boxe. Non aveva sopportato i suoi insulti, certo, boxava per la borsa, ma riusciva a non far traboccare d’odio i suoi pugni, “quiet and clean”, un pugilato di sottrazione il suo: prima non prenderle, seconda portare a casa la faccia, in tutti i sensi. Quando smise di vedersi sul ring e tornò nel suo salotto, fece due conti, era vedovo da dodici anni, un figlio morto d’Aids da otto, sette anni di galera, e ottantadue portati a spasso, ma ancora tanto rispetto quando passava. Qualche soldo da parte, e molta solitudine. Gli era andata di lusso. Una vita difficile, di sicuro, ma di quelle facili non avrebbe saputo che farsene. In altri anni, avrebbe potuto chiamare Genovese, chiedere un vertice, e risolvere la questione in poco. Impugnando i braccioli della poltrona si diede forza, afferrò il NYT e si segnò il nome dell’italiano che la sparava più grossa e dopo aprì il cassetto, prese la pistola e se la mise dietro la schiena, riallungò la mano per le cartucce e se le portò in tasca come un pacchetto di sigarette. Andò in camera: liberò la giacca dall’armadio, l’indossò, si pettinò orgoglioso dei suoi capelli, della barba fatta poche ore prima, e spinse fuori il collo per portare il naso ad afferrare il suo profumo, fino a compiacersi del suo aspetto. Era un vecchio italiano, mento alto, che non si era mai inginocchiato: se non davanti ai santi, e che aveva ancora dei principi, quelli che erano stati di suo padre e di suo nonno. E non sarebbero stati calpestati da questi rammolliti cresciuti a Big Mac e Coca-Cola. Quando fu sulla porta: il freddo gli punse il naso, lui, respirando forte – quasi a fare scorta d’aria – abbottonò il cappotto di cammello, e in compagnia della calma, che gli stava appiccicata da sempre, si diresse verso NoLIta. Salvatore D’Ambrosio, il barbiere, uscì per salutarlo, e lui gli sorrise. Ma non aveva tempo, voleva passare dalla chiesa per la benedizione di San Gennaro e anche per fargli sapere che, come a una crociata, si era preso la questione, ultimo, e solo, ma non senza coraggio. Quattordici minuti dopo aveva ucciso il primo negoziante, e ora era al terzo steso, entrava nei negozi dicendo: «Che ti ha fatto San Gennaro? Ti infastidisce l’odore delle zeppole?» e dopo faceva fuoco. Quando cambiò lato della strada per i cinesi, con lentezza ricaricò la pistola e ne uccise sei. Prima di essere ucciso, fece fuori due poliziotti e ne ferì un terzo. Il giorno dopo, i giornali parlarono di un antico odio, ci volle un mese per arrivare alla verità, quando Leonard Gallo, un bimbo risparmiato dal vecchio, raccontò delle frasi urlate dall’uomo mentre sparava, e allora si scrisse la storia dalla parte giusta, Dominick Quiet divenne: “The old killer in the name of San Gennaro”.

[uscito su IL MATTINO maggio 2011]

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