Estadio Azteca: tra rabdomanzia deambulatoria di Maradona e correnti azzurro tenebra

Dove in principio ci furono la partita e il gol del secolo, una frustata di un terremoto ha aperto una grande crepa. Così l’Estadio Azteca, cattedrale del calcio, dei sogni e delle emozioni, mostra, come un ramo secco, la debolezza del Messico e della Terra. La faccia triste dell’America, il tempo straccia anche lo stadio, dove si costruirono momenti indimenticabili per buona parte dell’umanità – a prescindere dai confini nazionali –; e dove ora c’è una linea di demarcazione: che segna il prima e il dopo, la felicità e il dolore. L’Azteca non è uno stadio qualunque, non lo è mai stato, anzi, è il punto dove si incontrano le correnti azzurre del 1970, della semifinale mondiale tra Italia e Germania, finita quattro a tre, e dove Gianni Rivera e i suoi: saranno sempre giovani eroi risorgimentali – come li vide e raccontò Luciano Bianciardi. Il suo prato vale le piazze delle grandi città del mondo, i suoi tre anelli, figli delle rocce laviche di una eruzione del vulcano Xitle e di 100.000 tonnellate di cemento, sono dei catalizzatori di gioia, fin dalla sua inaugurazione nel 1966, dove gli amori di contrabbando divenivano passaggi pubblici di felicità. Un pianeta a parte. Lo stadio dove Diego Maradona ha invalidato la domanda: «È possibile farlo?» E non una, ma due volte: con la mano e il piede de Dios, che evidentemente aveva delegato a lui la giornata. Mentre Víctor Hugo Morales componeva versi in diretta radio –“Barrilete cosmico” – per descrivere i due gol, e mezzo mondo si votava alla rabdomanzia deambulatoria di Maradona, l’Azteca teneva le scosse emozionali, nonostante i sedici anni di partite passate e di carichi accumulati tra i due campionati mondiali del 1970 e 1986. Situato nella parte sud di Coyoacán, una delle sedici delegazioni che compongono Città del Messico, tra i quartieri più ricchi e dinamici, ha a poca distanza alcuni dei musei più belli della città: come quelli dedicati Frida Kahlo e a Lev Trotskij, che pure giocarono partite importanti nel secolo scorso. Uno spazio dove non si guarda al mondo con diffidenza; dove il labirinto dei dubbi e delle domande trovano uno slargo e delle risposte; dove siamo stati e saremo tutti e per sempre giovani: calciatori e spettatori, nonostante la crepa, venuta a ricordarci che prima o poi tutto finisce, si spacca o viene dimenticato.

 

[uscito su IL MATTINO]

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