Sepúlveda: son mille pagine sotto cieli ottenebrati

E che fatica (signora mia) trovare un aggettivo per offendere Pinochet in ogni articolo, senza mai, proprio mai, pensare di prenderlo semplicemente in giro. Luis Sepúlveda è un arrabbiato (con ragione, per carità), e a mettere insieme molti dei suoi scritti viene fuori una autobiografia politica: “Storie ribelli” (Guanda), che pesa come la borsa di un idraulico. Una serie di testi che faranno piangere Gianni Minà, e che a noi fanno rimpiangere l’assenza di ironia, e la persistenza del metodo. Ogni pensiero va ad Allende – il compagno presidente – che nelle pagine della sua guardia del corpo, Luis, si moltiplica come e più di Padre Pio. Sepúlveda parla con lui e con le statuette di Miguel de Cervantes chiedendo scusa per i telegiornali spagnoli; chiama tutti fratellino o compagno tra un povero Cile e l’altro; ha un morto da rimpiangere in ogni posto: dalla Patagonia ad Amburgo; e cammina per le strade di quartiere senza passaporto, citando involontariamente: Franco Califano. E soffre, mostrando biografia e pellaccia resistente, sottolineandolo senza tregua, al punto che si finisce per apprezzarne la sfrontatezza. Roberto Bolaño, altro scrittore cileno, con molta ironia e senza aver letto “Storie ribelli”, immaginava per lui una punizione dantesca: «Bisognerebbe mandarlo in Corea del Nord, almeno nove anni, senza che possa uscire dal paese, senza soldi e nemmeno un biglietto per andare a Pechino. Anche se Sepúlveda si arrangerebbe a imparare il coreano e ne uscirebbe scrivendo haiku o favole coreane».

[uscito su IL MESSAGGERO]

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