Messi finalmente Messia

Da Messi a Messi-a con tre gol a Quito. Finalmente. Ecco smascherata la scappatoia, tra l’altro indicata dai grandi vecchi Ricardo Bochini e César Luis Menotti: affidarsi a Messi, lasciandolo libero di fare quello che vuole, come se fosse un cavallo da traino, un cane da slitta, anzi, un capo, un vero capo, dopo tanti tentativi: partite a vuoto, incomprensioni, gol mancanti, dribbling a vuoto, dimissioni, e poi il ritorno. In una Argentina diversa, quella di Jorge Sampaoli che doveva mangiarsi le qualificazioni e invece, no, che doveva stupire tutti, e invece deludeva, fino alle ultime possibilità: le gare decisive per andare a Mosca l’anno prossimo. Già prima della partita con l’Ecuador, in quella col Perù c’aveva provato, ma era ancora il vecchio Lionel Messi da Selecciòn, quello della normalità, anche perché Sampaoli gli aveva tolto Di Maria, che non sta bene: come accade da sempre, tra primo e secondo tempo, ed era rimasto solo in mezzo alla gabbia dei peruviani. Un palo e molti vagabondaggi da Patagonia. «Che ci faccio qui?» Ecco, Lionel, ha provato a rispondersi. Mettendo in fila i fatti e i calciatori dell’Ecuador. E, poi, col Perù non c’era ancora il baratro, il calciatore Messi non aveva misurato il vuoto, quello della sua foto mancante a Russia 2018, mentre il rivale di sempre: Cristiano Ronaldo, qualche ora prima, si era guadagnato il pass e messo in posa. Messi no, barbuto e distratto, con negli occhi la pena degli esuli, in un campo ostile e troppo troppo vicino al cielo: i 2850 metri di Quito allo stadio Atahualpa. Aveva la solita ombra maradoniana sulle spalle, la diffidenza intorno – la Federazione argentina gli ha portato persino gli stregoni sugli spalti – e, però, questa volta anche una rabbia da ultima possibilità, che ha raggiunto il massimo quando l’Ecuador ha segnato, a quaranta secondi dal calcio d’inizio, con Romario Ibarra. È quello il momento che verrà segnato come il passaggio da Messi a Messi-a dal ragazzino troppo preso da sé e dal suo essere diverso e soprattutto speciale, dal suo sentirti portatore di gloria e gioia, ma fino a quel momento solo per il Barcellona, con qualche fuggevole concessione all’Argentina. Due finali di seguito perse (Coppa del Mondo e Copa America), lui con un filo di opacità sulla faccia e un macigno sui piedi, ogni volta piegato e malinconico, sconfitto due volte: come argentino e come genio. Avere una bellezza che funziona a metà, è frustrante, sapere di essere sempre quello più atteso, e diventare quello mancante. Il capo che cicca l’assalto, ma come sapeva Carmelo Bene «il genio fa quel che può», e Messi l’ha sempre fatto, a volte paralizzandosi davanti alle sue potenzialità, spaventato dal non riuscire, mortificato dall’inciampo. Questa volta è stato il talento, Ángel Di María che sempre secondo la disciplina beniana: «fa quel che vuole», e infatti ha triangolato con il genio mandandolo in porta, uno a uno, appoggio leggero, una formalità, rispetto alla Storia che si deve compiere. Se ne accorge anche il Líder Máximo, Javier Mascherano, che gli passa la mano e il pallone, perché Messi lo reclama, esige, con la prepotenza e la fretta dei grandi, ha perso le bonarie indicazioni, i mugugni, i silenzi, tanto che mette la palla in porta e la raccoglie pure, portandola a centrocampo. Velocizzando i suoi movimenti e anche quelli degli avversari. Ha fretta di regolare i conti con se stesso, con il suo paese, e col suo genio. È stato di essere il bravo a metà. Il treno che non arriva. E per questo parte, di continuo, con il pallone inchiodato ai piedi, tanto che nemmeno i suoi gli stanno dietro, ovvio, tranne Di Maria, il talento sa dove che strade prenderà il genio e le libera. E Messi se ne va, scioglie il piede, con potenza, scende in diagonale inseguito invano dai calciatori ecuadoregni e poi abbandona la sua rabbia nel tiro che infila il pallone alle spalle di Máximo Banguera, portiere dell’Ecuador. E, dopo, mica si è calmato, no, anzi, una giostra di palloni distribuiti, senza sosta, quasi pari all’elettricità di Sampaoli in panchina, che ha dovuto mettere da parte tutti gli insegnamenti del maestro Bielsa e andare in deroga del genio Messi, poi se ne riparla, per la lavagna e le discussioni c’è sempre tempo. Non si potevano giocare i mondiali senza il piccolo re argentino. Che fa tutto facile, dribblando anche l’epica, arrivando a segnare il terzo gol con una palombella, che dice a quaranta milioni di argenti che non sono più orfani di un sogno, che il ragazzino che non cresceva e correva male sui campi di Rosario, poi emigrato a Barcellona più per farsi curare che per vincere: è diventato un tiranno del gol, senza mai riuscire a prendersi la Selecciòn; uno che rischiava di diventare l’Aureliano Buendía del pallone, e invece no, è uscito da sé, e dal tempo della normalità, diventando finalmente anche il migliore in Argentina, come da anni era il migliore nel mondo, ma le due cose solo ora si sono allineate come pianeti, sotto la spinta dei tre gol all’Ecuador. Messi ha metabolizzato il passato, riuscendo a regalare il futuro alla sua nazionale; si è staccato dal dogma Maradona, per diventare, definitivamente, grande. Cominciando a scolpirsi la statua tra Gardel, il Che, Evita e l’altro. Ora, manca solo la Coppa.

[uscito su IL MATTINO]

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