Facite comme si ‘mmiez’a vuje stesse pur’io

«Tu sei piccirillo, non sai che c’è qualcosa peggio ‘ra morte». Sì, leggere Roberto Saviano che scrive queste cose. Continua la storia de “La paranza dei bambini” con “Bacio feroce” (Feltrinelli) un titolo da canzone di Carmen Consoli. Con in testa ’o Maraja e i suoi Biscottino, Tucano, Briato’, le Susette e ’o White e Napoli e il tremendismo della sua realtà reso ancora più barocco e nero dalla corrucciata lingua di Saviano. Che, abbassando l’età dei boss, abbassa anche la guardia rispetto al racconto: ci son ragazzini che davanti alla spiegazione della distribuzione di droga dicono «chest’ ‘a delivery» come se fossero di Soho, poi tornando di Ponticelli quando non sanno che vuol dire «player»; corteggiano alte bionde con le stesse battute di Stanis La Rochelle – tradendo la cattività di Saviano – esuberante divetto della serie “Gli occhi del cuore”; tentano la scena nel nido di nascituri di “C’era una volta in America” con aggiunta di scooter; uccidono, tagliano e corrono da mammà: però l’impressione è sempre che si rimanga una tacca sotto i grandi film di Mario Merola. Saviano sa manipolare la realtà napoletana, il problema è l’inutile esuberanza immaginativa che lo porta a toccare vette di compiacimento da principe di Sansevero. Non c’è mai stupore perché tutta la sua esuberanza serve a vestire storie già addobbate, è come se vestisse le statue dei santi, aggiunge oro, appesantendole, e portandole a sudare, per questo poi c’è sempre chi grida al miracolo: è il credente, che manca di un passaggio.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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