Pochesci, la periferia dopo cinema e serie tivù si è presa pure il calcio

Ha portato la curva in conferenza stampa. Un figlio unico del calcio di periferia, sembra uscito da “Suburra”, Sandro Pochesci, l’allenatore della Ternana, che col linguaggio di “Roma cruda” ha detto quello che tutti gli italiani pensano: l’Italia di Ventura è pariolina, nel senso di fighetta, lontana dalla lotta e dal campo. Così la periferia dopo cinema e serie tivù si è presa pure il calcio. Il paese nel giro di pochi giorni si è svegliato tra la testata zidanesca di Roberto Spada al giornalismo televisivo, e la tirata suburresca di Pochesci sulla Nazionale. Con linguaggi diversi, il primo con l’aggiunta della violenza, e il secondo con “solo” la foga del campo, hanno mostrato la debolezza del salotto. Pochesci ha poi spiegato la sua passione di ragazzo del ’63 – parafrasando involontariamente Antonello Venditti – che vuole vedere l’Italia ai mondiali, e correggendo le sue dichiarazioni – “Uno sfogo da tifoso” – si è anche reso conto che da Torbellamonaca a Ostia ora è in serie B. Un ragazzo de Roma con la passione per il calcio, che dopo una carriera da giocatore tutta in apnea nelle serie minori, ha fatto l’allenatore e gli è andata meglio, certo guidava la Viterbese in C2 e “nun lo pagavano”, e continuava a fare il portantino all’ospedale Grassi di Ostia, perché credeva al sogno e per questo ha resistito. “Fare calcio senza lasciare un segno non ha senso. Già la vita è una merda, dobbiamo essere ambiziosi per prenderci qualcosa di grande”. Ed ora fa l’irregolare in B. Un po’ vorrebbe essere Nils Liedholm e ci prova, pure in campo, promette il 3-7 “compreso er portiere, un carciatore lo regaliamo agli avversari”, invoca  3-1-6 e i due tocchi, ma poi in conferenza stampa sembra l’Oronzo Canà di Lino Banfi de “L’allenatore nel pallone”, tra proverbi, uscite incongrue ed enunciazioni davanti ai microfoni di Sky con la maglietta della Ternana: “Massima resa, poca spesa” o “Io i calciatori che parlano di sacrifici li odio, sono privilegiati e devono dare il mille per cento”. Un po’ guascone, un po’ ingenuo, oscillante tra il folklore e la voglia di riscatto. “La serie B è un campionato importante, ma non è vero calcio, quello è l’Europa. Il calcio italiano, tolte tre squadre è finito”. Pochesci ha una fissa per gli itagliani, vorrebbe la Ternana tutta con calciatori di Terni o al massimo dell’Umbria, le serie inferiori e le squadre italiane agli itagliani e la Nazionale senza oriundi, usa profughi in modo dispregiativo, ed ha la terza media come dice orgoglioso, ma alzando le mani e leggendo le sfumature (degli altri). È un compromesso, tra quello che sogna e quello che è. Tra parole, gesti, opere e tattica. Non si è ancora ripulito della puzza della strada, però la sua lettura di Svezia – Italia era quelle der popolo (compresa la ritrattazione) e la sua conferenza stampa che da Terni arriva a Stoccolma via social era un pezzo di Antonio Pennacchi mescolato al realismo pasquinesco di Manfredi scritto da Magni che passa dar Papa e arriva a Pasolini. Dai bar di Ostia a quelli di Milano tutti hanno pensato dietro i televisori: “Ce menano e piagnemo”. Dietro Pochesci si vede l’Italia che arranca, quella che lotta e che è fuori dalle discussioni in televisione e su Twitter. La sua chiamata d’orgoglio, conteneva una finezza da strada e/o da “Lo chiamavano Jeeg Robot” – il film di Gabriele Mainetti –: “nun se gioca colla paura”, poi, certo, uno si aspetterebbe da un allenatore anche delle osservazioni tecniche se proprio deve parlare della Nazionale, tipo: “se gioca pure col centrocampo” e quello a Ventura deve stare antipatico, fosse per lui lo salterebbe, e spesso lo salta riducendolo ai minimi termini. Ma il paradosso è che Ventura è il più provinciale ed operaio degli allenatori della Nazionale, quello lontano dal potere e dai salotti, che doveva portare quell’orgoglio invocato da Pochesci e invece ha portato lo smarrimento. Come i vari cambiamenti promessi nelle piazze italiane dai rottamatori e dai forconi che poi finiscono per confermare quel grande manuale di calcio e vita che è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Pochesci è l’Italia dei bar, figlio del grande laboratorio benniano, dove teorie e immaginazione si fondono tra carte e tazze, partorendo pensieri, conciliando mondi e mescolando a grandi verità l’azzardo dell’infondatezza, dove “tutto er monno diventa er quartiere”. Pochesci è il “tennico” che torna dopo aver fatto l’impresa la domenica, quello stanco che accendendosi una sigaretta all’ingresso del reparto racconta dello schema che s’è inventato sul calcio d’angolo, aspettando di vincere il campionato. Che spavaldo annuncia – non senza ridere né dimenticare che allena la Ternana –: “Ibrahimovic potrebbe avere difficoltà nella nostra squadra. Lui prende palla e gioca da solo, noi giochiamo a due tocchi”. Guadagnandosi il rispetto sbattendo porte e alzando la voce, chiedendo ai calciatori di essere uomini, di avere voglia e fame, d’essere soldati in campo, perché è il campo che parla.“Ho allenato una vita nei campi di pozzolana” è il suo intercalare. Conosce solo il passaggio per la durezza, vorrebbe essere eloquente e distaccato come Zdenek Zeman – che adora –, ma gli scappa l’impeto, gli parte il discorso, “nun resiste”, e attacca: in campo come nella vita. Più o meno.

[uscito su IL MATTINO]

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: