Prodotti di Serra

Michele Serra ha sempre avuto due corde: quella che per brevità diremo “togliattiana”, intesa come sguardo, elaborazione e punizione, altrimenti tragica; e quella brillante, ironica, che lo portava a dirigere “Cuore” e a imitare i grandi con molto humour. Un talento proteiforme. Poi, col tempo, la parte tragica, il rimbrotto, hanno avuto la meglio, e quello che poteva essere un Vittorio Gassman – bravissimo nelle oscillazioni – della scrittura è diventato un incrocio tra Alberto Moravia, Gianni Morandi e Frate Indovino. Con molto sforzo, Serra, si lancia a cercare il se stesso capace di far ridere, ma trova sempre l’altro, quello che da dirigente sa come vanno le cose e ti dice anche dove. È tutto un frenarsi per non cantare come Mina: «Brava! Brava! Sono tanto brava! Brava!». E, solo “Il migliore”, può pensare di uscire con una raccolta venticinquennale delle sue rubriche – dall’Unità a Repubblica – chiamandola: “Il Grande Libro delle Amache”, e, in contemporanea, pubblicare un altro libro-guida: “la Sinistra e altre parole strane. Postilla a 25 anni di amache”, come il Talmud con la Torah, uno spiega l’altra. Non bastava una prefazione, troppo normale. Nemmeno una lettera ai Corinzi, San Paolo non ha mai diretto un giornale. Ci voleva un libretto delle istruzioni. E torna il Serra che vuole spiegare, indirizzare, con l’arroganza della paternità anche se racconta di seguire la misura di Vonnegut, che tiene appeso sulla scrivania. È la nostalgia di quanto non è mai stato. So it goes.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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