Cinque palloni d’oro e nessuna epicità

Bastano cinque palloni d’oro per essere il migliore? Maradona direbbe: «No», Pelé riderebbe prima di parlare di sé, l’unico ad annuire sarebbe Alfredo Di Stefano, la terza via – calcistica – tra i due. Ha importanza? Forse, per gli sponsor, per l’ego, per le squadre – sì in questo ordine –. Nella lotta tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, con l’assegnazione del titolo per il 2017 al portoghese, arriva una parità tra i trofei personali, quella tra club è una storia diversa, anche se per entrambi hanno contato molto. I precedenti e mai passati detentori della punta piramidale del calcio mondiale, i due che negherebbero l’importanza del Ballon d’Or, Maradona e Pelé, erano squadre a parte, ed è questo il punto. L’altro, che segna la distanza, è l’epica. Ronaldo, ma anche il suo rivale Messi – che però è l’idolo del figlio di CR7, Cristiano jr – ha scavalcato la realtà al punto di lasciare poco spazio ai suoi replicanti nei videogiochi, ma non è riuscito a guadagnare epica. Sarà per come si applica per raggiungere i risultati, sarà per come vive – nonostante i rotocalchi e le gazzette gossippare ne esaltino gusti e scelte – guadagna rispetto, ma non epica. Guadagna titoli, vende magliette, ma l’immedesimazione delle masse – bambine e non – bordeggia ancora il romanzo popolare. Cristiano è re, ma non condottiero. Cristiano segna in ogni partita di qualificazione di Champions League del Real Madrid, ma non ha mai riscattato una guerra con un gol. Non è “il profeta negro” che porta il calcio negli Stati Uniti giocando nei Cosmos. Cristiano mette in ginocchio la Juventus in finale a Cardiff, e nell’anno precedente l’Atletico, alza due volte la grande Coppa con le orecchie, ma entrando in un bar qualunque del mondo la gente non gli offrirebbe da bere, aspetterebbe che fosse lui a farlo, come insegna il teorema di Vladimir Dimitrijevic. Il Pallone d’oro dice che sei il più bravo, che stai lottando per essere il migliore, ma che non entrerai mai nei canti omerici. Per questo Maradona non passa, e nemmeno Pelé. Acciaccati, invecchiati e cadenti però ancora portatori del sogno. Avevano storie migliori, in tempi peggiori, però elargivano epica, ad ogni tocco, anche negli errori dell’argentino e nei compromessi governativi del brasiliano c’è romanzo. Ronaldo ha vinto l’Europeo dalla panchina, certo: aveva portato il suo Portogallo in finale, poi si è fatto male, e appunto la squadra ha vinto anche senza di lui. Ne aveva anche perso uno in casa contro la Grecia. Ecco il problema, il “ma” che segue al suo nome e ai suoi palloni d’oro. Per questo non bastano. Sono la promozione momentanea, il chiodo al quale appendere la foto dell’anno, quello che chiude un decennio bipolare di alternanza tra Ronaldo e Messi, l’ultimo volta che il Pallone d’Oro ha scritto un nome diverso era il 2007 con Kaká. E quando nel 2010 e nel 2013, il Pallone d’Oro doveva andare rispettivamente a Sneijder e Ribery, invece prevalsero Messi e Ronaldo, scegliendo con poco coraggio la comodità e i modelli unici, pare che a pesare siano stati i pareri di allenatori e giocatori. Tante che poi, in seguito alle polemiche, con calma, tre anni dopo, France Football e la Fifa si separarono: il Pallone d’Oro tornò a essere una faccenda per soli giornalisti, ma Ronaldo non ha smesso di segnare e condizionare e quindi rieccolo sul podio, in un pareggio col rivale Messi: molto diverso da lui, per indole e gioco, e forse con un pizzico di possibilità in più di avere la meglio in questi anni, strappandogli la supremazia. Sarà il tempo a stabilirlo, di sicuro i due non hanno rivali, nessuno condiziona le partite come loro, anche se nessuno dei due ha ancora vinto un mondiale, e nemmeno ne hanno disputato uno indimenticabile. Rimangono campioni da club, re monchi, con un regno a metà, incapaci di andare oltre se stessi. Perché è andando oltre se stessi che si diventa Storia. Cristiano è ossessionato dalla vittoria, ma l’accumulo di vittorie non porta automaticamente a guadagnare l’epica. Ronaldo, come ebbe a sottolineare Carlo Ancelotti che non è certo George Best, insegue la perfezione: «A lui non interessano i soldi, vuole essere il numero uno. Restava ad allenarsi fino alle 3 del mattino pur avendo Irina a casa ad aspettarlo». Grande ammirazione per l’atleta, meno per il ragazzo che non cade in tentazione. Best ne vinse uno solo di Pallone d’Oro, nel 1968, ma nessuno di noi cambierebbe quell’unico trofeo con i cinque di Ronaldo e Messi. A volte basta vincere una volta sola, e metterci tutto in quella volta. La ripetizione, complice la poca fantasia dei votanti, porta all’assuefazione, e questa al calo dello stupore. Ronaldo non ha carica emozionale, in alcune partite sembra il soldato di se stesso, l’uomo che fa tutto così bene e in modo così giusto, che annoia. È un paradosso. La maggior parte dei calciatori venderebbe la madre per essere Ronaldo, e questo la dice lunga sulla decadenza del calcio. Ronaldo esiste nelle sue vittorie, esiste nei suoi gol, è l’esagerazione del gesto che però non intercetta il romanticismo, perché è così veloce da scavalcarne la poesia. In lui c’è una freddezza che diventa distacco persino nello sforzo. Non ha debolezze, per questo non sarà mai Best.

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Cinque palloni d’oro e nessuna epicità

  1. […] tra Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, interrompendone la diarchia, nel suo miglior dribbling, col Pallone d’Oro. Luka Modrić partito pastore, dopo aver sfiorato la vittoria mondiale, in Russia, dove è […]

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