Trasmettiamo: Pietro Nenni raccontato da Edmondo Berselli

Poi arriva, inopinata, la complessità. Dopo anni di mamì e mamù da una parte e dall’altra, Pietro Nenni riesce finalmente a mettere il becco nella stanza dei bottoni, e appena ne ha facoltà comincia a premere bottoni uno dopo l’altro, come se non avesse mai desiderato nient’altro nella vita. Confiderà in seguito, per spiegare come la politica fosse più complicata di quanto non avesse immaginato: «Io i bottoni li premevo, ma vacaputàna non succedeva niente». E magari, uscito dalla stanza, gli avevano pure fregato il basco.

Bisogna rammentare che Nenni era un vecchio politico, che nella sua vita era stato in carcere con il Mussolini socialista, e in gioventù, lui miope come un fondo di bottiglia, aveva perfino sostenuto un duello di spada a Cinecittà con Curzio Malaparte. («Tant’è che anni dopo quest’ultimo gli aveva dedicato una poesiola, ricordando quei tempi belli e sciamannati: Ohi Pietro Nenni ti ricordi / quando eravamo due lattoni / tu mi tiravi gli accidenti / e io di rimando ernie e bubboni»).

[…]

Poteva quindi un patàca d’un Nenni qualsiasi, un romagnolo abituato a semplificazioni trascendentali (come la «politique d’abord», e «o la Repubblica o il caos»), discutere con un minimo di adeguatezza i concetti elaboratissimi che Aldo Moro distillava con accurata lentezza dai suoi alambicchi fumanti? D’accordo che Andreotti non aveva ancora plasmato nella sua perfezione sovrumana la Teoria dei due forni, ma avrei voluto vedere voi di fronte al concetto metafisico delle convergenze parallele.

Triste destino, quello dell’uomo col basco, che aveva alla sua sinistra un idéologue in doppiopetto come Togliatti, cioè un leader politico depositario di tutta la sapienza dottrinaria del comunismo, dal materialismo dialettico alla coscienza di classe, e che quando meno te lo aspettavi ti avrebbe squadernato in faccia i testi canonici dell’Internazionale comunista, facendoti capire che di fronte alla sillogistica scienza e alla perfetta macchina organizzativa del proletariato mondiale, tu, Nenni Pietro, non eri che un provinciale arruffone, un sentimentale buono per qualche comizio, ma niente di più. E a destra, che cosa si scorgeva se non il fumigare delle argomentazioni di Moro, avvolgenti, nebbiose, ipnotiche, frattali, anamorfiche? Togliatti impersonava tutte le rigorose deduzioni del principio di classe, Moro tutte le speciose implicazioni dell’interclassismo. Mentre Nenni aveva in mente come riferimento teorico Romagna mia e il «pòppolo»: sembrava una specie di Vittorio Pozzo, abituato a fondare la tattica sulla triade «patria, anema & core», che si fosse trovato di fronte gli intellettualismi astratti della zona mista. Fra l’attacco togliattiano e la difesa democristiana, fra il sistema di Ercoli e il metodo di Moro, a Nenni non sarebbe rimasto che sbattere per rabbia la testa contro un palo, e peggio per tutti se aveva gli spigoli e faceva più male.

[tratto da “Il più mancino dei tiri”]

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