Angelillo: principe de la pelota

Un pistolero della pampa, dove il saloon era l’area di rigore e il pallone la sua pistola – per questo non ha funzionato come allenatore –, che si muoveva avvolto dalla nostalgia, come la maglia della salute indossata nel passaggio sull’oceano: da Buenos Aires a Milano, dalla Boca al Meazza, niente più tango, piuttosto jazz: in campo e fuori. E fumo, almeno secondo Helenio Herrera, che lo vide stanco e preso da una ballerina: Ilya Lopez (Attilia Tironi), poi era amore, ma HH ossessionato dalla disciplina era in una modalità che non lo comprendeva. Via da Milano a Roma, per poi tornare a Milano, lato rossonero, continuando a segnare. Antonio Valentin Angelillo “o dell’eleganza”, come scrisse Gianni Brera, salvato dal ruminare mandorle amare dal papà macellaio di origini lucane, che in assenza di carne: se l’era andata a cercare in Argentina, emigrando. Era il 1937, quando nasce AVA, a Buenos Aires. Spirito calcistico superiore sporcato dal “vizio stradaiolo della pelota”, inafferrabile, incanto e destino, soprattutto se in Argentina si convincono che stai in scia ad Alfredo Di Stefano, corso come un Paperon de’ Paperoni dietro ai denari in Colombia.  Un calciatore eterno, e non solo per il record di 33 gol nel campionato a 18 squadre, ma per i movimenti, e la letteratura che li segue, per i dribbling e la scocciatura che lasciano addosso a chi viene superato, Angelillo aveva un bisogno atavico di segnare per interrompere l’agonia bambina d’essere solo in campo e da questa parte del mare, “gli mancavano la mamma e il filetto al sangre” scriverà sempre Brera che aveva un occhio di riguardo per gli orfani del calciomercato, scrivendo da innamorato: “Fatemi vedere Antonio Valentin controllare un pallone bozzuto e poi coordinarsi come per un passo di danza e toccare gentile ad un amico: immancabilmente io avrò incolpevoli reazioni alla Marcel Proust: capace anche che arrivi all’ abominio di chieder palla atteggiandomi a toccatore di fino (con il piatto)”. Il suo era un welfare poetico, che metteva toppe all’emotività. Tanto che la Ilya Lopez glielo portò come si portano i bambini dal papa, per farselo benedire e per capirlo meglio. Angelillo aveva un profilo nobile seguito da gesti calcistici aristocratici, troppo elegante per il virilismo podistico di Herrera che riuscì a dimenticare la Copa America del 1957, dove Angelillo correva per tutto il campo – sembrava avesse un cavallo – con l’Argentina di Humberto Maschio (9 gol) e Omar Sivori (3 gol) assaltando tutto quello che trovava, è lì che diventa un pistolero con otto gol dei 25 segnati dalla Selecciòn in 6 partite: un trio centrale da film western, con una potenza di fuoco da potersi giocare una delle tante rivoluzioni messicane del cinema. Da lì Angelillo lascia il Boca Juniors per l’Inter di Moratti, perdendosi i mondiali del ’58 dove l’Argentina andò male – perché ai calciatori argentini all’estero era vietata la nazionale – e l’allenatore Guillermo Stabile si giustificò dicendo: «Porque el mas grande centerforward del mundo es a Milan». Rimarrà il suo grande rimpianto, seguito dall’allontanamento dall’Inter ad opera di Herrera. È il suo momento di rottura, la mezzala perde il suo campo, la città che lo aveva accolto, e comincia a smarrirsi. La sua irregolarità va sul fondo, e non trova più l’area, il saloon, i tornei da assaltare. Ci proverà da allenatore, ma si sa è il ruolo per i cattivi calciatori, e lui, invece, era un capofila, pelvico e podolico, con un movimento terribilista: che creava spazi, apriva strade, con semplicità di palleggio. Un mezzo mito, a cavallo tra Buenos Aires e Milano, rimasto tale nonostante gli anni, con la nostalgia che è diventata riflesso, poi ruga, infine ricordo.

 

 

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One thought on “Angelillo: principe de la pelota

  1. […] migliore, la sua voce disegnava strade, perché di strade i suoi occhi ne avevano viste tante. Era angelilliano, e per ripicca lasciò l’Inter quando il mago Herrera fece vendere l’attaccante, divenendo del […]

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