Un lungo pasto

Tra filo spinato ed SS, in una caserma sterilizzata e tetra, a poca distanza da Adolf Hitler: Rosa Sauer prova i suoi pasti. È con altre donne nella condizione di privilegio di poter mangiare, ma anche di poter morire ogni volta. Vive su un baratro, come se fosse in prima linea, la sua trincea è un tavolo. Siamo nell’autunno del ’43, e Rosa lascia Berlino per il paese dei suoceri, mentre suo marito Gregor combatte sul fronte russo. Il passaggio comporta il cambio di condizione e la scelta come assaggiatrice. «Mia madre diceva che quando si mangia si combatte con la morte. Lo diceva prima di Hitler». Poteva essere un grande racconto, “Le assaggiatrici” (Feltrinelli) di Rossella Postorino, purtroppo trascinato per molte pagine con diverse cadute. L’idea nasce dalla storia (vera) di Margot Wölk, e poteva diventare un “Pranzo di Babette” in salsa nazista, ma diventa “La finestra di fronte” di Ferzan Özpetek con scene di sesso da “La sposa cadavere” di Tim Burton. La vita di Rosa cambia con l’arrivo del tenente Ziegler, che la ama in modo perverso tra sottomissione e romanticismo goebbelsiano. È difficilissimo tornare agli anni di Hitler dopo Laurent Binet e il suo “HHhH” o “Le benevole” di Jonathan Littell, lo si può fare con la parodia come Timur Vermes in “Lui è tornato” o nella forma breve che sarebbe risultata perfetta in questo caso, senza precipitare nel déjà-vu. Perché, tranne le scene delle assaggiatrici, tutto il resto è scontato, compreso il finale. Il lettore sa già tutto, anche della delicatezza del nazista.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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