Buffon40

Come in una mano di carte, chiede un’altra stagione, a quarant’anni, Gianluigi Buffon che tutti chiaman confidenzialmente Gigi, uguale al Renzo di Alessandro Manzoni, a testimonianza del suo essere romanzo popolare, prima ancora che portiere della Juventus e della Nazionale. Al momento non si sa che cosa gli verrà servito dalla società: se un altro anno o il pensionamento, per ora fioccano auguri per il compleanno, e per come ci arriva. Ma per uno che sa quello che c’è prima e dopo la vittoria e la sconfitta, avendo vinto un mondiale e giocato in serie B da miglior portiere del mondo, questa attesa è poca cosa. Insegue la Champions League, l’ultimo vero grande trofeo che gli manca, vivendo tra Dino Zoff e Thomas N’Kono, saggezza e rischio, non cercando porti sicuri ma un po’ d’ansia, è quello che rimane al grande calcio italiano, è Totti che sta in porta, lo conoscono tutti in ogni parte del mondo, attira sponsor e rispetto da tutte le curve, è un leader, che si è sporcato e redento, ha mostrato la sua debolezza e fatto sentire il suo carattere. «Ho sempre convissuto con la paura, invecchiando ho imparato a tenerla a bada, sono diventato più umile». Le sue lacrime a San Siro per la mancata qualificazione mondiale, nella partita contro la Svezia, erano le lacrime di tutti gli italiani: lui non avrà il suo sesto mondiale, noi non avremo più un portiere così. Poi, magari, Donnarumma riuscirà a fargli ombra, ma se Zoff gli cede il passo, e i grandi portieri gli riconoscono – come sa bene Zinedine Zidane – che al mondiale tedesco del 2006 era oltre Lev Jašin e le sue piogge ionizzanti che ne reggevano la figura intimidente, si comincia a capire che tipo di calciatore sta per uscire dal campo. Jonathan Wilson, nel suo “Il portie­re”, scrive delle somiglianze stilistiche con N’Kono: istinto con conseguenti parate assurde, dominio dell’area, enorme presenza fino alla soggezione degli attaccanti. Eppure fu suo padre a metterlo in porta e non un allenatore, dopo averlo visto nel Canaletto lasciare il centrocampo e mettersi i guanti per una situazione d’emergenza. La partita dopo era di nuovo nel suo ruolo, e poi anche ad una squadra diversa, di categoria superiore. Gigi perché non ti metti a fare il portiere per un anno? «Credo che mio padre avesse intravisto qualcosa, osservandomi in quell’intermezzo da portiere. Avevo tredici anni. In quel momento decisi che sarei stato portiere. Però al Perticata interessavo solo come centrocampista. Così cambiai ancora società. La vera carriera iniziò al Bonascola. Era la tarda primavera del 1991». Il resto lo fece Ermes Fulgoni al Parma. Trasformando il centrocampista in portiere. Anche grazie alla volontà di stampo orientale di Buffon, uno che poi ama i confronti, con una giovinezza da ultrà. Carattere e determinazione, con conseguenti polemiche, come quando chiese la maglia 88 perché non gli davano quella col doppio zero, ignorando che essendo H l’ottava lettera, per i nazisti significasse Heil Hitler, lui l’aveva scelta per le palle che da due passavano a quattro. La mise giù così. Come quando aprì la crisi in casa Juve e recuperò la stagione, facendo quello che giornali e tivù avevano paura di fare. Il coraggio non gli manca, come pure certi atteggiamenti da caserma, che col tempo hanno lasciato spazio alla saggezza. In mezzo la depressione, dopo la finale persa all’Old Trafford, sui rigori, contro il Milan. «Era come se la mia testa non fosse mia, ma di qualcun altro; come se fossi continuamente altrove». Poi è tornato, ha continuato a vincere, meritava anche un pallone d’oro che andò a Fabio Cannavaro – poi, con calma, si capirà che lui è stato il Messi tra i pali, in questi anni, e che alla rivista France Football hanno sbagliato –, a Berlino era imbattibile, nelle piccole e nelle grandi partite è sempre protagonista, persino quando prende dei gol con colpa. Tanto come gli disse Bettega, proprio dopo quella finale persa col Milan, alla Juve capita spesso di riavere occasioni, per questo è convinto di tornare in finale di Champions. È perdendo che è diventato grande, amando le piccole come l’Avellino di Barbadillo, il Pescara di Rebonato, il Foggia di Baiano-Rambaudi-Signori, ma poi è finito a difendere la porta della Juventus, e non avrà altre piccole squadre se non quelle dei ricordi. È nelle contraddizioni che esiste Buffon, fragile e narciso, giocatore d’azzardo fuori e controllato professionista in campo, prima ingenuo e selvaggiamente ignorante poi studioso col sogno di imparare il cinese, migliorando l’inglese con i suoi figli, spavaldo e gentile, profondo e superficiale, un pendolo che oscilla e stupisce. Anche in amore è passato da Alena Šeredová  – che ha mostrato una maturità e una forza non comune nella gestione familiare – a Ilaria D’Amico, e in questo salto c’è una transizione, una ricerca di sé. Buffon è una anomalia calcistica, non ha il mondo contadino di Zoff, ma quello metropolitano di Max Pezzali, le sere vuote a cercare se stesso e le grandi ambizioni dove disegnare i punti precisi di svolta. Ma non è rimasto sul muretto, non ha giocato in C, ed è diventato il migliore, più per cattiveria agonistica che per soldi, più «per strozzare in gola l’urlo del gol agli avversari» che per leaderismo. È cresciuto in fretta, incorniciato dalle porte, non ama la solitudine, con buona pace di Albert Camus, è un portiere col chiasso accanto e il mondo davanti, che se pensa troppo: si blocca. Un po’ teppista, un po’ eroe. Quarant’anni da funzione sociale, con i coralli della disperazione tutt’intorno.

[uscito su IL MATTINO]

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