Roger Federer: l’oltretennista

Ogni volta che Roger Federer gioca, il tennis rinasce. Ha allungato la sua vita stringendo una racchetta. La percussione dei suoi colpi scandisce il tempo in Australia, inchiodando il mondo al fuso orario del campo. Scolpisce l’impresa, e ricomincia il canto. È l’oltretennista, un poeta di bellezza sportiva, prodigo di gesti – a questo punto – inimitabili, a subirli c’è ancora una volta il croato Marin Čilić (29 anni, 6 ATP), l’ultima a Wimbledon in luglio. Federer ha impiegato tre ore e tre minuti per ri-battere (9 volte su 10 sfide) uno che ha sette anni meno di lui, arrivando a vincere il suo sesto Australian Open e il suo 20esimo Slam. E finalmente piange, dopo aver baciato come se fosse una donna, la Norman Brookes Challenge Cup. Un lungo bacio appassionato, come alla fine delle favole, o dei grandi film di Hollywood. Ha dalla sua le coincidenze di Paul Auster, le geometrie di Wes Anderson, e la forza di volontà di Muhammad Ali, in una variante anomala che dalle mani alle braccia arriva alle traiettorie delle palline che bucano gli spazi nella parte di campo di Marin Čilić, inchiodandolo alla sua condizione di sconfitto, almeno questa volta senza attenuanti fisiche, e con una grande opposizione, molto umana, da Ettore contro Achille. Con sé il torto di opporsi alla Storia, e all’oltretennista. E l’attenuante di svilirsi sotto i servizi ultraterreni, di stampo religioso, dello svizzero. Federer è l’unico evaso da una nazione carcerarialberghiera, in uno sdoppiamento alla Houdini: quanto più ogni suo gesto lo ancora alla sua nazione (alla bandiera e all’orgoglio), tanto più lo allontana dalla radici di questa, facendosi culto mondiale. Le tappe della sua evoluzione tennistica, sono un percorso da Nasa, con impennate e scoperte, rivoluzioni e realizzazioni di sogni. È spaventoso quello che riesce a fare questo ex ragazzo, a 36 anni, in una proiezione d’eccellenza, una ellissi espressiva che macina tutto quello che si trova dall’altra parte della rete. Passando, poi, alla riscossione dei titoli. Ormai gioca con la scioltezza, e la leggerezza di chi è oltre se stesso, e quindi – al netto della sopraggiungente stanchezza – si muove come i rivoluzionari: senza un domani, tanto il meglio è alle spalle, almeno fino al titolo successivo. Subito cattivo nelle risposte al soccombente Marin Čilić, in poco Federer si impadronisce del primo set, con la gente che cerca di sostenere la “vittima” ma poi esplode in orgasmici “Ohhhh” per quello che l’oltretennista scrive con la racchetta, modellando il tempo e le palle, portando a casa il doppio dei punti. Il croato capisce che l’unico modo per non subire, o comunque buttarla sulle lunghe è rispondere con colpi velocissimi, deve portare gli scambi al limite, su un burrone e sperare che Federer si stanchi. È l’unica, e infatti Čilić riesce a pareggiare un set. Al terzo Federer diventa un detective, di quelli americani della omicidi, chirurgico in ogni dettaglio, pareggia gli accenti da Robocop, rispondendo alle movenze robotiche: mette quattro prime palle, e chiude il terzo set con un ace, 6-3. Nel quarto set Federer continua l’indagine, cala sugli errori del soccombente, scende a rete ma se in una mano ha la racchetta nell’altra tiene un cocktail, mostrandosi poco preoccupato per quello che ha dovuto subire. Il croato è costretto a giocare d’azzardo, deve fare il doppio per cercare di mettersi in pari. Diventa muro, prova a costruire una trincea e spara, spara e resiste, e viene premiato: 3-6. Si arriva al quinto set, con tutto il set da trincea del quarto, nel primo game Čilić sbaglia di dritto una palla break, e capisce che si è spinto al largo con tutta la forza possibile, ma di fronte ha un non-umano, l’oltretennista, l’ha fatto incazzare, l’ha costretto a una detective story con inseguimento, ha portato la sua fantasia allo sfinimento, costretto tutto il suo ossigeno alla ricerca di una ispirazione diversa, una reazione forte, a un tennis fisico, con poco spazio per i calchi del classicismo inglese. Federer deve scavare nell’immaginazione prima ancora che nella forza per trovare i colpi che sentenziano Čilić e il suo inutile, costante stato d’allerta: con racchetta stretta in pugno. Un suo dritto fallito, danno due palle break all’oltretennista, che ci misura la distanza tra sé e l’ennesimo titolo. 6-1, dicono i numeri, nell’uno c’è l’accenno di Čilić, nel resto c’è la Storia, il dazio pagato all’ossigeno, alle forze, alla tecnica, alla poesia, con l’aggiunta di tenuta psichica enorme, mentre tutti contano e riguardano la distesa di colpi distribuiti, di palle cucite alla perfezione, di linee che registravano cadute non ignote, un campo di battaglia e una scacchiera: tuttinsieme. Sottrarre due set a Federer, è un grande bottino, attirarlo in una imboscata e riuscire a tenercelo prigioniero per due volte, è un grandissimo risultato, un abbaglio dorato. Di tutto questo Čilić deve essere contento, come lo siamo tutti noi, per averci dato un incontro vero, il suo tentativo ha un valore enorme, ogni punto tolto a Federer è un punto guadagnato in una ascensione (tennistica). Il soccombente Čilić ha mostrato di possedere uno stilema, che gli tornerà utile, nei prossimi rigorosi progetti di conquista, su altri campi, o ancora una volta in Australia. La sua generosità presto sarà alleata della fantasia che sconfitte come queste rilasciano, e che gli serviranno moltissimo contro altri avversari, magari più umani. Federer è oltre, la sua multicollezione di titoli non basta a raccontare il suo tennis, a misurarne la disinvoltura di movimenti, la ricerca dei punti e la direzione dei set. Federer è andato in esilio dall’umano, superando il suo essere strumento dispari, discorde, rispetto ai tennisti coevi. La ferocia dei suoi servizi; la varietà di proposte metafisiche partorite dall’associazione: polso-gomito; l’assoluta mancanza di consolazione rispetto al tempo; l’insediarsi aristocratico in ogni tipo di campo coniugando mente e corpo come pochi altri; il considerare la rete come una linea dell’orizzonte raggiungibile; lo svago d’ogni movimento che sia di caviglia o di dita, recapita al presente, al nostro presente, la fortuna di avere a portata di gioco, una apparizione così elevata da stare all’apice d’ogni paragone. Qualcosa che incarnatasi nel suo corpo, somiglia a quello che chiamiamo perfezione, con licenza di riprodursi ogni volta che impugna una racchetta.

[uscito su IL MATTINO]

Contrassegnato da tag ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: