Il filo d’oro di Arianna: da Torino a PyeongChang

Piange Arianna Fontana, piange e stringe la bandiera. Non lo sa, ma con un gesto concreto: quello di aggrapparsi al tricolore, ha strappato l’Italia dall’oscurità, e riportandola sul podio le ha ridato luce. «Più bello di come lo avevo immaginato». Arianna vince e si mette il tricolore sulle spalle. Quello che aveva portato all’inaugurazione come portabandiera. Togliendolo dalle mani insanguinate e razziste di Luca Traini. Che tutti avevano negli occhi. L’Italia guadagna la sua prima medaglia d’oro nello short track a PyeongChang, in Corea del Sud, e ristabilisce priorità e bellezza, la bandiera torna nelle mani giuste: quelle di una ragazza che pattina da quando aveva quattro anni. Con i sacrifici dei genitori – dietro i suoi – che ogni giorno la portavano da Berbenno a Bormio: una ora di andata e una di ritorno, il freddo, e giù a pattinare, anelli di ghiaccio, sudore e giri a mezz’altezza, inseguendo quello che arriva quando sei all’ultimo tentativo ed hai quasi deciso di smettere, mollare, lasciarti andare. È andata a vincere a casa delle più brave, all’Ice Arena, sotto gli occhi dei loro tifosi, girando in una bolgia, eppure lei è stata in testa da subito, ha pattinato alla perfezione, picchiando con forza mentre scivolava alle altre,imprendibile, allungandosi sempre un po’ nel rettilineo e stringendo alla perfezione nelle curve, una gara da cannibale, con la coreana Mijeog Choi incollata alle sue lame, eppure mai abbastanza, mai troppo, tanto che ha dovuto spingere le altre per starle alle spalle. Sui 500 metri, a una velocità vertiginosa, Arianna non ha mai esitato, nemmeno sul traguardo, rassicurata da suo marito Anthony Lobello e dalla sua praticità americana:  «Sì, hai vinto, pensa a tutti i sacrifici che abbiamo fatto». Risultato, Fontana prima, Choi squalificata e argento all’olandese Van Kerkhof. Adesso si può piangere, e ristabilire priorità, datemi la bandiera.  «Ho cercato questa medaglia per anni. Ho patito la fame per tre mesi con la dieta che mi sono imposta. Mi sono detta sono solo quattro giri e mezzo, prendi e vai. È una medaglia che ho sognato a lungo e ora finalmente questo sogno è diventato realtà. È stato anche più bello di come me lo ero immaginato. La mia Olimpiade è appena cominciata, ora ci sono i 1000 metri da preparare». È una ragazza testarda, dura, una che non ha paura di immolarsi ma nemmeno di criticare. Un caratterino, che però vince. Una ribelle. È la Federica Pellegrini del ghiaccio, anche se è meno famosa, perché le Olimpiadi d’inverno hanno sport ancora più di nicchia delle altre Olimpiadi, però stessa forza, stessa voglia, stessa determinazione. Lei che si lamenta perché l’Italia non ha ancora una vera cultura sportiva, che il palazzo del ghiaccio dove si allena a Courmayeur  è freddo, una piantagrane all’apparenza, in realtà una che vuole spostare il tiro e che ci tiene a non sprecare il suo passaggio sportivo e che si preoccupa per gli altri, perché sa che ogni medaglia, ogni vittoria non vale niente se non viene estesa agli altri, se non si passa quello che si è costruito, se non serve ad avere condizioni migliori di ricerca e quindi possibilità in più d’essere competitivi. Ha una mentalità da campione, Arianna, e lo si è visto in questi anni. Aveva 15 anni a Torino 2006 e si portò a casa un bronzo olimpico, una medaglia bambina; poi un altro bronzo a Vancouver 2010, una medaglia da giovane; poi Soči in argento, sembrava il massimo, la maturità e anche la decadenza a detta di molti; e invece no, finalmente oro a PyeongChang, e forse altri progetti. Totale sei medaglie olimpiche (un oro, un argento e quattro bronzi) piazzandosi davanti a Deborah Compagnoni e  Alberto Tomba, la storia, di fianco a Zoeggeler. Bionda, occhi azzurri, 62 chili per uno e sessantatré di altezza, il resto è tecnica sui pattini e dominio del ghiaccio. E l’affettatrice per la bresaola in borsa e una manta tatuata sulla schiena. Una provinciale, e quindi una donna capace di dominare il mondo, proprio come Giorgio Bocca e Federico Fellini. Una che dopo Soči, per ritrovare forza e una nuova prospettiva in attesa di queste Olimpiadi, si è messa a boxare. E che soprattutto ha di fianco un ex pattinatore americano che per amore si è preso la cittadinanza italiana, Anthony Lobello, uno che la insegue da Torino, dalla prima volta che l’ha vista. Olimpiade dopo Olimpiade, Mondiale dopo Mondiale, e-mail dopo e-mail, è venuto in Italia e l’ha sposata. Lobello è la parte nascosta di quelle medaglie, quella che la allena alla mentalità sportiva americana, che la sorregge e consiglia dopo averla programmata, e che lei ha voluto ad ogni costo nello staff della nazionale italiana, non senza difficoltà. Ma ora ha ragione lei, anzi: hanno ragione loro. Eroi e sportivi, insieme.  

[uscito su IL MATTINO]

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