Valentino Rossi: è sempre difficile tornare a casa

All’ultima curva invece di rallentare ha accelerato, sorpassando tutti, ancora una volta. L’ennesima. Pronto a tutto pur di non smettere, pur di non crescere. Un Peter Pan in moto, che si tiene stretto i suoi giochi e le sue acrobazie. Cresciuto in pista, Valentino Rossi, anche se ora non è più un “Paperino con i capelli ossigenati” come lo chiamava Edmondo Berselli, rimane il ragazzo che non smette di ridere e giocare, impennando. Anche se fioccano i capelli bianchi, non sopraggiunge la stanchezza. Perché ha un bisogno fisico di andare a trecento all’ora oltre l’immaginazione di Gianni Morandi e no, non per correre dietro la bimba sua, ma per inseguire un altro Motomondiale, anzi altri due, o chissà quanti ancora. Non vuole smettere, Vale, quasi che la vita esista solo in sella alla sua moto. A trentanove anni rinnova per altri due con la Yamaha. Ha firmato un contratto “Pacebbeene” per girare il mondo e continuare a correre. Mostrando un terrore per la possibilità di smettere, e un amore enorme per quella di tentare di nuovo, sfidando dei ragazzetti con venti anni di meno, e tornando a girare in delle piste che ormai sono i tracciati dei suoi anni. Inamovibile, un simpaticissimo tiranno che no, non si schioda. E sorride, come se fosse normale. Stagione numero ventitré, con trecentosessantacinque gran premi disputati, centoquindici vittorie e duecentoventisette podi. Il suo primo mondiale è del 1996, quando Maverick Viñales, uno dei suoi avversari di oggi, aveva un anno. Questo misura il tempo e la grandezza. Non è certo l’unico a non voler smettere, capitò anche a Max Biaggi, e vanno ricordati i leggendari motociclisti Fergus Anderson e Hermann Paul Müller, ma ValeRossi è altro, non è mai solo velocità e piste, e anche gioco, innovazione linguistica e dei gesti, uno capace di unire il circo, il cinema e la moda salendo in sella a una motocicletta. I travestimenti, gli scherzi, la serialità dal suo numero, il 46, al nickname, il Dottore, per via di una laurea honoris causa in Comunicazione all’ università di Urbino. Valentino è uno che soffre nello stacco tra un MotoGp e l’altro, va in astinenza, dopo tre giorni di vacanza ha bisogno di sapere che c’è una moto da provare, con un mucchio di cose da mettere a posto. “Quando firmai l’ultimo contratto nel 2016 mi chiesi se non fosse l’ultimo. Allora decisi che avrei preso la decisione in queste due stagioni. Durante le quali ho capito che correre con la M1 mi fa stare bene. La sfida è grande, restare competitivi a 40 anni. Ma non ho cali di motivazione è per questo che ho firmato per due anni”. Altri due anni a partire dal Gran Premio del Qatar. Perché è sempre difficile diventare grandi. E forse a Valentino Rossi non interessa, nel senso che non vuole fermarsi ai box, non vuole fare i conti con il tempo fuori dalla pista, vuole lasciare che siano gli altri a contargli i giri, e non prendersi nessuna responsabilità fuori da quelle che riguardano la sua Yamaha. In fondo nemmeno Mick Jagger e i suoi Rolling Stone vogliono crescere anche se bordeggiano la parodia di se stessi. I loro giri del mondo oltre che degli accordi sono andati oltre ogni previsione, ed è quello che sta facendo ValeRossi, e lo fa molto bene: continuando a tagliare le curve con la classe di sempre, senza smettere di essere un pazzo costruttore di traiettorie e sorpassi, senza mai preoccuparsi per il suo corpo, che continua a spremere come se fosse normale agire così, muovendosi da supereroe. Perché a Rossi piace far coincidere pista e vita, come a pochi, tanto che pure il più maldestro e impensabile dei mezzi, la sua Apecar, diventa uno strumento di sfida e corse. Perché Rossi non è un semplice pilota, ma un performer, uno che ha un mondo e lo alimenta, al quale piace costruire storie, mascherandosi, creando una serialità. E se non riesce a smettere Andrea Camilleri perché deve farlo lui? Adesso forse Francesco Totti si starà chiedendo come e più di ogni mattina: Ahò, avrò fatto bene a smette? Mentre Gianluigi Buffon ha trovato un altro appoggio per rimanere in porta. È curioso che lo sport si stia popolando di questi bambini illimitati, che coltivavano l’assedio ai record, alle vittorie, alle gare, riuscendo non solo ad essere competitivi, ma spesso a prevalere sugli altri. La prova l’ha data proprio ValeRossi passando dalla Honda alla Yamaha (con un intervallo di due anni in Ducati) per dimostrare che il suo manico era la differenza, abbassando la capacità di competere della squadra – con un grande lavoro da fare – si dimostrava ancora di più il talento del pilota che prevaleva su gomme, motori e team. Una scelta da pirata, quello che è realmente, un personaggio letterario, che passa leggero su tutto, e sorridendo fa cose pazzesche, con disinvoltura condiziona e cambia storie, senza quasi accorgersene. È andato oltre le crisi, i giorni brutti, le perdite, le vicende familiari e quelle fiscali. Scanzonato, senza nemmeno stropicciarsi troppo. Il suo è un lungo canto, di vittorie e gesti, che non finisce. Nemmeno la F1 e la Ferrari sono riuscite a farlo scendere. Quasi avesse una incompiutezza che solo le motociclette placano.

[uscito su IL MATTINO]

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