Ampi rovesci

Esce dai videogiochi, passa dal cinema, si annoda ai cartoni animati e arriva al campo: la rovesciata di Cristiano Ronaldo. Un gesto che sta a cavallo tra la finzione e la realtà, dove lo spettacolo prevale sul risultato e dove la virtualità si plasma in modo estemporaneo: basta guardare i difensori della Juventus o l’allenatore del Real Madrid: Zinedine Zidane – a sua volta autore di gol da far stropicciare gli occhi – che non esulta ma si stupisce, e con lui tutto lo Stadium, che si alza e applaude. Ora i ragazzini hanno un gol da sognare, perché è questo che fanno le rovesciate portano i calciatori al di sopra delle squadre e fuori dai campi. Ci sono gol che pesano di più e che vanno oltre il risultato, come questo di Cristiano Ronaldo alla Juventus, che schiaccia la squadra di Allegri e pensiona la sua difesa. Nella sua acrobazia c’è il circo, c’è tutta la disparità tra Ronaldo e gli altri calciatori, tanto che potremmo scegliere come unità di misura quei due metri e trenta di altezza – quelli dove il suo piede destro arriva a colpire il pallone – e chiamarla soglia di grazia calcistica. È ovvio che un gol del genere, oltre a far bene al calcio, diventa una cifra imitativa, innalza il sogno e allena le generazioni alla ricerca. E non è tanto il genere, ma è il come e il quando: la rovesciata porta il calciatore a scomporsi, richiede una sospensione e un discreto allenamento al salto alla Fosbury e senza materasso, tanto che quelle mancate diventano scene da film muto, insomma il limite tra gloria e buccia di banana è sottilissimo, per dire la rovesciata nella finale di Cardiff fatta da Mandžukić non ha generato il trasporto di quella ronaldesca, perché non c’è sospensione ma acrobazia a metà. Per staccarsi la rovesciata richiede l’allontanamento dal campo di gioco, nessuno dei due piedi deve toccare il terreno, e intorno le facce dei marcatori devono oscillare tra lo stupore e la rassegnazione, il resto a fotografi e cameraman oltre gli occhi di chi guarda. Non è un caso che la rovesciata di Ronaldo abbia creato dibattito in Panini al punto di pensare di sostituire quella di Carlo Parola – che è negli occhi e sulle copertine degli album più belli – o di celebrarla come non è avvenuto per altre, come quella del trentaseiesimo gol di Higuain quando giocava col Napoli. Dopo quella di Parola che tra l’altro era una rovesciata di disimpegno quindi non associata a un gol, c’era quella di Gigi Riva con la maglia del Cagliari contro il Vicenza, a lungo rimasta come matrice identificativa. E Riva compete alla pari con Ronaldo come anche quella di Wayne Rooney nel derby di Manchester tra United e City, finita ovunque: dagli spot ai dialoghi quotidiani, trasformandosi in una cifra di superiorità. Che poi tutte queste rovesciate discendono a cascata da quella di finzione (perché senza reali marcatori, ma non per questo inferiore stilisticamente) di Pelé in “Fuga per la vittoria” di John Huston con Max von Sydow  a recitare lo stupore alla Zidane, che incarna il riscatto della squadra di prigionieri, per la serie anche i nazisti si piegano con le rovesciate. Perché le rovesciate sono uscite di scena, momentanei allontanamenti che richiedono molto impegno, ma che finiscono per regalare una gloria cattedratica che non si impolvera mai. Tanto che Pelé si è sentito chiamato in causa ed ha ricordato oltre la finzione la realtà delle rovesciate in Brasile-Belgio del 1965 o in un Santos-Corinthians nel 1969. Come anche Ibrahimovic – che segnò in Inghilterra-Svezia e ha invocato la distanza dalla porta, nel suo caso si tratta di una rovesciata da fuori area (40 metri), ribadendo la forza del suo tiro anche in acrobazia, volendo fare le pulci al gran gesto che rima quello di Ibra è un tiro catapulta, si sente l’assenza di grazia, che invece c’era in ogni gesto di Marco Van Basten come nella sua rovesciata in Ajax-Den Bosch o in quella fatta con la maglia del Milan contro il Goteborg. Dello stesso stampo di Ibra è la rovesciata di Mauro Bressan con la Fiorentina, e della lievità di Van Basten è quella di Gianluca Vialli in Cremonese – Juventus. Poi ci son le scomposte: come quelle di Sergio Ramos o di Antonio Conte con la maglia della Nazionale contro la Turchia. Negli ultimi anni il cileno Mauricio Pinilla ne ha fatto una griffe segnandone a ripetizione. Anche Cavani va spesso in classe capovolta e con la maglia del Napoli la mise in porta contro il Barcellona, ma gli fu annullato, per questo due volte più epico. Sono gol oltre le ragioni tattiche che agguantano palloni irraggiungibili, talvolta sporchi, ribaltando i confini del calcio da orizzontali a verticali: usando l’arte d’arrangiarsi.

[uscito su IL MATTINO]

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