L’ultimo anno da sconosciuto di Marcello Lippi

Dovendo fare un bilancio per i suoi settant’anni potremmo affacciare il sospetto che tutto il Lippi possibile è nella stagione napoletana, che tutte quelle che vennero dopo non erano altro che una conseguenza di quella prova che nel 1994 superò, quello che sarebbe diventato era già in nuce sulla panchina di un Napoli sgangherato e per questo pirata. L’ultima volta da sconosciuto prima di vincere, l’ultima volta senza stipendio e in una situazione ostile, l’ultima volta che Marcello Lippi fu un allenatore normale, già maestro ma non ancora venerato, coperto dall’ombra della normalità. Veniva dall’Atalanta e fu scelto da Ottavio Bianchi che Corrado Ferlaino pur di defilarsi aveva promosso a general-manager decidendo anche di lasciare la presidenza della squadra a Ellenio Gallo, insomma era un anno di transizione per la squadra, la città e il paese. Il Napoli barcollava dietro il crollo dei vecchi partiti e delle garanzie politiche che aveva permesso e permettevano tanta fiducia da parte delle banche al posto della normale pressione per i debiti, la città aveva scelto Antonio Bassolino nella speranza di uscire dall’aria livida che la avvolgeva (si vede benissimo ne “L’amore molesto” di Mario Martone) e l’Italia stava passando dalla prima alla seconda Repubblica. Lippi non a caso fu poi paragonato a Carlo Azeglio Ciampi da Walter Veltroni, perché fu uno degli uomini nuovi che seppero coniugare più di due tempi, in campo e fuori, acquisendo le innovazioni sacchiane e non dimenticando il calcio dal quale veniva: era stato un buon libero, considerato un sosia di Paul Newman quando i calciatori non lo erano: “È troppo bello per diventare qualcuno nel calcio” aveva detto Fulvio Bernardini che pure lo fece debuttare in serie A; e che invecchiando si trovò ad allenare una nuova generazione che non temeva l’estetica. Svincolato dalle marcature, aveva avuto molto tempo per pensare, di famiglia socialista era abituato alle innovazioni senza sentirsi parte di una Chiesa, anche se aveva cominciato – laicamente – alla Stella Rossa di Viareggio. Da lì si muove poco come calciatore: Sampdoria-Savona-Sampdoria-Pistoiese-Lucchese.  Poi comincia l’avventura da allenatore, «Dopo tre anni con i giovani mi resi conto che non era quello che volevo. Io cercavo la disputa, l’adrenalina, volevo delle sfide. Allora, pur sapendo di rischiare, tentai l’avventura a Pontedera, in C2. La prima panchina vera? Derthona-Pontedera 3-0. Fu una sconfitta senza attenuanti e dentro di me dicevo: chi me l’ha fatto fare? Nella mia carriera c’è una costante di risultati negativi all’inizio di ogni nuova esperienza. Tanto che quando in nazionale ho perso la prima partita in Islanda, mi sono detto: o.k., ci siamo». Anche nella stagione napoletana perse le prime due, e pareggiò la terza, poi vinse a Roma, dopo essersi liberato – rudemente – di Bianchi di cui tutti pensavano fosse uno yesman, cominciando ad applicare von Clausewitz, e dopo aver messo in panca i senatori: Nela, Corini e Policano, scegliendo tre ragazzi: Bia, Pecchia e Fabio Cannavaro, portò il Napoli in Coppa Uefa, una squadra che non riceveva lo stipendio, dove a Soccavo il Sindaco Bassolino trattava con Matarrese per trovare una soluzione come unica clausola l’assenza di Ferlaino. Il capitano era Ferrara che poi lo seguì alla Juve e in Nazionale. Ed è curioso che mentre Lippi batteva il Milan di Capello al San Paolo con un gol di Paolo Di Canio che faceva Best su Baresi, Eranio e Panucci: l’Italia quella domenica votasse in massa per il presidente di quella squadra Silvio Berlusconi (era il 27 marzo 1994). Come è curioso che nel 1994 si disputò in Cina la prima lega professionistica, e che Lippi battendo il Foggia di Zdeněk Zeman – quello che poi sarebbe diventato un suo oppositore ideologico-culturale più che un avversario – con un gol sempre di Di Canio, raggiunse il sesto posto e quindi l’accesso all’Uefa che portò soldi e possibilità per il Napoli. Lippi si mostrò un grande motivatore prima ancora che un ottimo stratega, capace di leggere gli uomini e poi di disporli al meglio in campo. Come farà nella Juventus – passando da “i fuoriclasse dell’umiltà” napoletani a “squadra di Rambo”, Lippi battezza molte cose, diventa sempre più pieno di sé e si iscriverà alla squadra di quelli che non capirono e maltrattarono Roberto Baggio, ma la vittoria dà sempre ragione. Persino Arrigo Sacchi gliela diede: “Ha abbattuto tutti i Moloch della tradizione: squadra che vince non si cambia; conta solo la fantasia; in una squadra sono importanti 4 o 5 giocatori e non 20”. Prima della finale con la Francia a Berlino 2006 disse: Vince chi ha fame. E vinse lui, che usciva da un mondiale assurdo  giocato in piena Calciopoli, con la Juve travolta e poi spedita in B, l’opinione pubblica contro, e suo figlio Davide nella Gea di Moggi (nel 2007 rinviato a giudizio per associazione per delinquere finalizzata all’illecita concorrenza tramite minacce e violenza privata). I ritorni gli riescono meno, e che senza difficoltà ambientali non funziona. Ha saputo incarnare l’atmosfera postindustriale della Fiat-Juve nell’Italia commercial-berlusconiana, è stato un riformista con le macchie, capace di tenere sotto controllo gli spogliatoi e di praticare un turnover dittatoriale. Per questo la sua carriera cinese funziona benissimo, è un socialista che conosce la storia e la applica moderatamente, in fondo quando il presidente Mao decise di mettersi in viaggio aveva tre grandi libri italiani nello zaino (Alighieri, Machiavelli, Pisacane), e sapeva che Lunga Marcia o vittoria del mondiale nel 2050 doveva passare da un italiano.

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “L’ultimo anno da sconosciuto di Marcello Lippi

  1. […] – compreso dei gol di Turone e Muntari – e capirete che il Napoli nel campionato 2017-2018 è andato oltre se stesso. Per trovare un paragone bisogna pensare al Pci delle Europee 1984, che, non a caso, agiva in un […]

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