Arsène Wenger: educatore, pioniere, manager

Finisce il papato calcistico di Arsène Wenger all’Arsenal. Un ventennio di gloria, emozioni e incompiutezza. Un educatore, un pioniere, un manager, che sedeva su quella panchina dal 1996 e che a fine stagione lascerà, per noia. Esordì il 12 ottobre vincendo per 0-2 sul campo del Blackburn Rovers, e portò la squadra al terzo posto. Aveva gli occhiali, era magro uguale ma i capelli non erano bianchi come ora. Una figura enorme, completa e complessa. Per questo è durato tanto, meglio di lui solo Sir Alex Ferguson, 27 anni alla guida del Manchester United. «C’è qualcosa di magico nel nostro lavoro, è portare energie per una causa comune. Anche se a volte può sembrare davvero scoraggiante, e ti senti come se stessi scalando il Monte Bianco e hai l’impressione che non riuscirai a raggiungere la vetta. Ma quei momenti magici ti riportano indietro». Oggi Wenger, ha 68 anni, e il suo Arsenal è sesto in Premier League, a distanza dalla zona Champions League, ma ha raggiunto la semifinale di Europa League. Proprio la Champions League rimane la sua ferita, è il titolo che non ha vinto e quello più desiderato, perse una finale nel 2006 col Barcellona, a tradirlo proprio l’allievo Henry – come lo tradirà Vieira in una finale di Coppa Uefa su rigore – che davanti a Victor Valdés non seppe essere se stesso, poteva essere il due a zero, invece il portiere respinse e il  Barça, rimontò. «La finale di Champions League del 2006 rimane il mio più grande rimpianto, ovviamente. Ci ho pensato cento volte, cosa avrei potuto fare di diverso? Avrei dovuto cambiare Fàbregas o no? Inserire Flamini o no?». L’altro grande rimpianto è quello di non essere stato capace di costruire una cantera come quella del Barcellona. Ha avuto la fissa di scoprire e assistere giovani talenti, un occhio particolare, gli è sempre bastato poco per capire, scommettere e lanciarli in campo, calciatori come Patrick Vieira, Cesc Fàbregas, Aaron Ramsey, Emmanuel Petit, Theo Walcott, Alex Song, Kolo Touré, Jack Wilshere, Nicolas Anelka, Thierry Henry e Robin van Persie, ma anche quelli già esplosi, coccolati e assistiti, come  Lilian Thuram, che fece passare da centrocampista di riserva nel Monaco a terzino campione del mondo con la Francia nel 1998. «Questo è un lavoro in cui ti devi far trovare pronto: osservi i modi di preparazione di un ragazzo, la predisposizione a fare sacrifici, a evitare distrazioni. Ho visto tanti ragazzi che si sbriciolano sotto pressione. I giocatori devono svegliarsi felici e arrivare di corsa all’allenamento». Ha portato in Premier League statistiche e diete personalizzate. Ed è stato capace di convincere tutti a lasciare Highbury per il nuovo Emirates Stadium, l’unico modo per aumentare i ricavi del club in un momento di cambiamento epocale per il calcio. Un esodo e una trasformazione non facile. «Allenare è come una droga, ti porta in alto e poi ti butta giù, ma vuoi comunque esserci dentro. Anche se a volte la pressione fa sentire tutto il suo peso, la pressione peggiore è non averne nessuna». È sempre andato in campo col piglio da ufficiale napoleonico, sfidando tutti, e perdendo spesso gare decisive, ma dando il petto, non rifugiandosi, da vero moschettiere. Con un calcio che incrociava la fisicità con la raffinatezza tecnica, esportando in Inghilterra la mentalità francese venata dalla potenza tedesca. Portando le sue squadre a segnare tanto, inseguendo una estetica calcistica non banale che l’ha innalzato a rango di esempio. Non è un caso che sia stato il primo allenatore straniero a vincere la Premier (3 in totale, con 7 FA Cup, l’ultima nel 2017), e a mettere l’Arsenal nel club delle grandi squadre mondiali, come ha sottolineato lo scrittore Nick Hornby che della sua squadra fece un archetipo per aiutare tutti i tifosi del mondo, di ogni ordine e grado, a spiegare a chi gli stava intorno che avevano una febbre, appunto, quella a 90°. Wenger se è vero che è stato un rivoluzionario nel gioco, nella mentalità – nell’approccio dagli allenamenti alle gare – è anche vero che ha vinto poco rispetto alle scoperte di talenti e alla potenzialità espressiva delle sue squadre. Ovviamente a fargli notare la cosa come un oppositore al papato, è stato Josè Mourinho, col quale sono andate in scena: scambi velenosi, spinte, e giudizi che vedevano i due sfinirsi pur di non arrivare a un reciproco riconoscimento di diversità e importanza. Wenger ha avuto a sua disposizione un ventennio per plasmare non una rosa ma un intero club, in un rapporto familiare più che lavorativo, mentre il mondo scioglieva i rapporti: liquefacendo la pazienza d’attesa e aumentando la pressione, lui aveva una occasione unica, un caso raro nello sport e fuori, poteva beatamente sperimentare la trasmissione di idee e moduli, al punto di costruire caratteri e tirar su calciatori. Gli dicevano che club e allenatore erano inscindibili a prescindere dai risultati. E lui ha avuto la forza il coraggio e le idee per sostenere questo ruolo. Lo ha fatto in modo altalenante, e se può essere soddisfatto degli uomini mandati in campo e restituiti alle proprie nazionali con un pensiero forte, non lo può essere per i trofei portati a casa, pochini, rispetto a una condizione di iperprivilegio. Non vince una Premier dal 2004, troppo anche per l’Arsenal e il suo paziente progetto. E in Champions poi, si è visto l’affievolimento wengeriano, nonostante i tentativi di due calciatori dispari come Mese Özil e Alexis Sánchez. Tanto che a tutti è apparsa che la rivoluzione di Wenger era diventata una restaurazione, un ritorno alla noia, e che c’era bisogno di uno strappo. Il primo a capirlo è stato proprio lui, misurando con severità i limiti del suo calcio nel tempo.

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Arsène Wenger: educatore, pioniere, manager

  1. […] d’estetica distante: una di invaghimento olandese (1972), e l’altra di stampo francese con Arsène Wenger (durata oltre 22 anni e 1228 panchine, e che ora continua e si evolve per mano di Unai Emery […]

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