La costruzione di un esilio

Questa non è una storia, mette le mani avanti Simone Lenzi – frontman dei Virginiana Miller – e lo ripete spesso, cosciente di aver messo insieme una serie di testi sgangherati che ripercorrono la sua vita e quella dei suoi parenti. “In esilio” (Rizzoli) è il tentativo di rispondere all’affermazione del Movimento con la fuga. E allora via da tutto, con cronaca e ricordi. Mettendo una distanza fisica in aggiunta a quella comportamentale. Lenzi si costruisce l’esilio, e sottraendosi alla nuova gestione della sua città – una sottintesa Livorno – da parte dei grilletti, ritrova un’altra vita, lontana anche dai social. Tutto riassunto nei ritratti da Dorian Gray dei guardasigilli che guarda andando a trovare suo cugino Orlando, e che peggiorano negli anni, riflettendo la decadenza del nostro paese; non a caso Giuliano Vassalli non lo volle, decidendo di non legarsi a quella schiera. Sembra un b-movie, dove Lenzi procede zoppicante nel tentativo solitario di criticare e opporsi allo spirito del tempo, rifugiandosi nel passato. C’è un grande sforzo per apparire simpatico, ma pur avendo una verità biografica il racconto non diventa mai divertente. Non c’è mai acutezza. Non basta tirar fuori la radice della propria infelicità e discettare sullo sperpero culturale e spirituale leggendo il blog del famoso comico padre del Movimento e i commenti dei suoi adepti. L’Italia è sempre stata una landa dantesca che alterna metamorfosi, mostri e fosforescenze, dolersene e annunciare l’auto-esilio ci sta, ma farlo e scriverci un libro è infantile.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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