La Dolce vita di Carlo Ancelotti

Ha scelto il più felliniano degli allenatori, Aurelio De Laurentiis, con un colpo alla Florentino Pérez. Passando dalla ruvidezza di Maurizio Sarri alla serenità di Carlo Ancelotti, dalla Toscana all’Emilia, dalla provincia italiana ai vertici dell’Europa, in un salto che prima di essere calcistico è culturale. Un colpo di scena cinematografico. Partito scalzo, con sua madre a corrergli dietro, che sembra davvero una scena di “Amarcord”, figlio di Nils Liedholm e Arrigo Sacchi, è finito con i piedi sul velluto: Carlo Ancelotti, un calciatore con un ciclista come idolo, Felice Gimondi, una delle tante coincidenze con il suo predecessore: Sarri. E così il Napoli diventa la tappa dove arrivare, in una scalata che vede Ancelotti passare da Juventus, Milan, Chelsea, Paris Saint-Germain, Real Madrid e Bayern Monaco, a leggerle di seguito non c’è bisogno di aggiungere altro, si ha subito la misura del personaggio. Aggiungere due Champions League da calciatore e tre da allenatore, i principali campionati di calcio in Europa ( Italia, Inghilterra, Francia, Germania), e le rispettive coppe di quei paesi, insomma uno che vince facile, che non ha personaggi da imitare né nemici da esibire, lui preferisce la Coppa, quella del maiale, prima che quelle del pallone, c’ha anche scherzato nella sua autobiografia. Ironia sorniona, capacità di adattamento non comune dalle lingue ai calciatori – unico intoppo i verbi tedeschi e i vertici bavaresi –, distacco rispetto all’emotività degli ambienti, e una pazienza enorme. In più, Carlo Ancelotti è l’unico allenatore italiano che può stare tra Guardiola e Mourinho senza problemi, potendo vantare, persino, una provenienza aristocratica che manca agli altri due, ha vittorie da vendere anche sul campo, dove era già uno di quelli che si capiva avrebbe allenato, amministrava le teste prima ancora dei palloni, non a caso Liedholm diceva di lui che era un calciatore che non andava mai contromano, un giusto, all’interno del mondo che lo svedese aveva immaginato, e pure quando tutto ha preso ad andare veloce il doppio, rispetto a quel mondo, con Arrigo Sacchi, e il suo nuovo mondo, Ancelotti non ha smesso di starci dentro, in mezzo, e poi è finito prima alla destra di uno dei padri e poi al suo posto. La sua rivoluzione è borghese e contemporanea e non ha nulla di sovietico, per stare ancora e per poco al fascino di piazza sarriano. È un uomo tranquillo, alla stregua di Vicente Del Bosque, che rassicura, invecchiando si è colorato come Ferguson, e si è messo in scia alla sua imponenza morale, ha preso a masticare tre lingue più la sua, senza mai dimenticare il dialetto di Rasöl. «Una partita di calcio resta una partita di calcio anche in capo al mondo, anche su Marte e sulla Luna. Io cerco di giocare sempre con semplicità come quando avevo la maglia del Reggiolo o quella del Parma. Resto un provinciale e non mi dispiace affatto». Ancelotti è andato oltre Giovanni Guareschi e la sua semplificazione dell’Emilia Romagna, è un emiliano complicato, come lo era Edmondo Berselli, si porta dietro il mare bianco e l’isola rossa e ancora non basta, tanto che la sua socialdemocrazia calcistica attinge a Valdemarsvik e Fusignano; in campo e in panchina, Carletto, è stato un elastico, la sua flessibilità gli ha permesso di vincere e prima ancora di non smarrirsi, mai. Da Calisto Tanzi a Umberto Agnelli, da Silvio Berlusconi a Roman Abramovich, dallo sceicco Al Thani a Florentino Pérez e ora ad Aurelio De Laurentiis passando da Karl-Heinz Rummenigge, Ancelotti non si spaventa né si scompone, dividendo le squadre in famiglie o in società. “Ho un carattere tranquillo. Dipende tutto dalla mia famiglia: mio padre era calmo, non gridava mai, non mi ha mai preso a calci. E così pure mia madre. Al loro modo di essere devo quello che sono”. Ha superato momenti brutti come l’esclusione dal mondiale ’82 quando era un calciatore, per via di un infortunio, poi c’è andato, ma non l’ha vinto. Ed è quello che gli manca. Potremmo dire che ci sta lavorando, anche se sul lungo periodo, non ha accettato l’offerta di allenare la Nazionale italiana, né altre nazionali, forse perché si trova in una fase di transizione, ha una bacheca che potrebbe zittire persino le critiche di Brian Clough, anche se col Bayern Monaco ha subito una frenata, dopo aver comunque vinto la Bundesliga. È un allenatore flessibile, molto più di Massimiliano Allegri, capace di cambiare modulo in corsa e durante la stagione, in una sorta di laboratorio continuo (oscillando dal 4-3-3 al 4-2-3-1, con sfumature regolate sui tanti campioni di cui ha potuto disporre, o per andare incontro a presidenti come Berlusconi che non amava il 4-3-2-1 ad albero di Natale, poi diventato infatti 4-3-1-2 delle mezze punte). È uno pratico Ancelotti, niente cervelloticità, che però avrà bisogno di un supporto di mercato non indifferente, sarà divertente vedere come utilizzerà la rosa che ha a disposizione – alla quale sarà chiesta una dinamicità maggiore rispetto a quella sarriana – e dove pescherà per rafforzarla: in queste ore è già cominciato un fantamercato che è utile per capire la portata della scelta in panchina, girano nomi che mai si sarebbero accostati al Napoli, che da soli raccontano il passaggio a un livello superiore della squadra di De Laurentiis. È un allenatore che ha saputo perdere e recuperare, quindi un vincente che ha fatto i conti con la possibilità di non esserlo sempre e comunque (l’esperienza che sta affrontando a Manchester uno come Mourinho): col Milan è andato oltre il dolore di Istanbul, di una finale persa, riprendendosi quello che era giusto, e con una squadra meno forte, ad Atene, chiudendo in un cerchio da Liverpool a Liverpool: vittoria e sconfitta; poi si è esportato, capitalizzando tutto quello che gli affidavano, legittimando giocatori e squadre, senza mai alzare la voce. Se c’è un paragone va fatto con le piastrelle, perché Ancelotti ha un ingrediente alchemico segreto, sarà la screziatura con lo zirconio, o la tagliatura, è un figlio dell’argilla – lo siam tutti, direte voi, almeno stando al racconto biblico, eh sì, ma poi dipende dal fuoco –. Quella di Ancelotti è una strana evoluzione del modello emiliano, che dalle bandiere rosse del partito comunista arriva a quelle della Ferrari e poi diventano quelle rossonere di Berlusconi, degli anni milanesi prima di farsi esempio per i francesi, gli inglesi, gli spagnoli e in parte per i tedeschi. Per questo la Décima al Real Madrid l’ha portata lui e non Mourinho, perché in Portogallo di argilla non ne cuoce. Le sue sopracciglia asincroniche gli donano il fascino delle ferite di spada. Anche se rispetto a Guardiola è meno figo, nel confronto con Mourinho perde in cattiveria, non è manager come Benitez, né patriarca come Ferguson, si è ritagliato uno spazio calcistico e di pensiero, giocando a interpretare l’allenatore bravo che non si dà tanta importanza. È il coach della soggettività, che non usa la propaganda, capace di conquistare un diffidente come Jorge Valdano: “Un allenatore straordinario e una persona normale. Conosce la relatività della vita e il posto che occupa il calcio nella scala dei valori sociali: è importante, ma non può essere essenziale. E anche il posto che occupa l’allenatore tra tutte le variabili che compongono il calcio: è importante, ma non può essere al di sopra dei giocatori. Vince o perde con la stessa tranquillità, non si rende mai ridicolo nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile e non mostra neanche per un secondo il cattivo gusto che accompagna la demagogia. A Madrid lo aspettavano come «il pacificatore» e hanno scoperto un allenatore che prende decisioni rischiose, che ha autorità davanti ai giocatori e che non si piega davanti ai dirigenti”. A Napoli si troverà in una condizione diversa, ne aveva bisogno, lui, per rimettersi in gioco in una grande piazza e con un progetto, e ne aveva bisogno la squadra arrivata a pochissimo dal sogno, al punto di apparire in stallo tra le ambizioni del presidente, le riflessioni dell’allenatore e i desideri della piazza. Sembra la situazione perfetta per tutti: l’allenatore alza il piano della squadra che colma la sua crisi. Essere e tempo. È il momento.

[uscito su IL MATTINO]

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