Tabárez: utopia e bastone

Nel primo mondiale senza Eduardo Galeano, non dovendo regalare bellezza, ma solo avanzare come un drappello di garibaldini, l’Uruguay ha scelto di giocare male, soffrire, e vincere sporco, come fa quando le cose si mettono male. Dove sta la novità? Nell’esultanza del suo allenatore: come un Enrico Toti, ma uruguaiano, più dell’infermità c’è l’ardore. Óscar Washington Tabárez si alza a festeggiare, andando oltre la propria malattia, quando José María Giménez, un difensore, salta per mettere il pallone in porta. Ed è subito Obdulio Varela, romanzo, e tre punti. Anche se vince al novantesimo, e con solo Edinson Cavani a mettere in difficoltà El Shenawy, il portiere dell’Egitto, Tabárez esulta, perché sa che ogni passo, anche se piccolo, è fuori dal normale. Galeano diceva che l’utopia è quella cosa che se fai due passi per avvicinarla lei ne fa altri due. A cosa serve? A far camminare gli uomini. Ecco, Tabárez l’ha applicata al calcio. Più la malattia gli rende la vita difficile più lui si applica al campo. È una tartaruga zoppa che deve guidare una guerriglia col pallone, anche giocando male. Così, tutto quello che non fa la sua nazionale – stretta come sempre tra il pragmatismo della vittoria e il peso della gloria – viene coperto dalla sua esultanza. La partita emotiva è sua, tutto il ghiaccio della Russia si è sciolto davanti all’esultanza del vecchio allenatore (il più anziano dei mondiali, con i suoi 71 anni). Perché la sua non è una partita normale, si porta addosso una malattia neuro-degenerativa (la Sindrome di Guillain-Barré), che lo costringe a lottare per camminare e stare in piedi. Ma se fosse normale, non sarebbe El Maestro, l’uomo che a fasi alterne, ma con uno sguardo costante, governa l’Uruguay calcistico dal 1990. Un po’ patriarca un po’ tiranno, molto intellettuale, voce bassa alla Zeman, citazioni da Galeano, Vargas Llosa, Mario Benedetti e il filosofo Vaz Ferreira, senza disdegnare di tirare giù la serranda quando serve; che perde e vince, innova e conferma, attraversa fasi brutte e fasi belle, ma che comunque sta lì, in piedi, e fa la storia. Non è un caso che abbia fatto anche il maestro elementare: “Con i bambini non ci sono mai due giorni uguali, il calcio invece è routine. Per questo cerco di fare allenamenti sempre diversi: è importante che i giocatori non s’annoino e imparino a gestire situazioni diverse, prendere decisioni veloci”. L’Uruguay ci ha abituato alle favole e al dolore, dal presidente Pepe Mujica con l’ideologia che viene addomesticata, al racconto del calcio e delle vene aperte dell’America latina con Eduardo Galeano, è in questo campionato che gioca Tabárez tanto che il calcio del paese degli ultimi anni può essere distinto in tre fasi: Tabárez in piedi, Tabárez con un bastone alla Jorge Luis Borges e Tabárez con le stampelle. In mezzo passano calciatori, scorrono squadre e tantissimi campi, persino Cagliari due volte, e il Milan, e prima il Boca Juniors (due scudetti) e ovviamente il Peñarol (una Coppa Libertadores). E poi c’è Tabárez che si alza ed esce dalla panchina e dal ruolo di infermo per entrare in quello di sostenitore nonostante le sue gambe malate, e la sua squadra lenta e prevedibile che sembra portare in campo i suoi arti percossi: vince, riassumendo in una partita tutta l’ostinazione di uno stato che, seppure traballante e stretto tra Brasile e Argentina, tiene sempre la scena.

[uscito su IL MATTINO]

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