INTERVISTA IMPOSSIBILE A OSVALDO SORIANO, Mosca 2018

Osvaldo Soriano mi aspetta al ristorante “Strelka Bar”, sulla Moscova. Calciatore, giornalista, scrittore argentino. Esordì con “Triste, solitario y final”. Dopo il golpe militare scelse l’esilio in Europa. In gioventù era stato il centravanti mancino  del Confluencia che stese un cane poliziotto con un tiro. Ogni palla che aveva o era gol o stendeva un cane. Lo raggiungo in leggero ritardo.

«Cosa è successo: ti sei perso?»

«Quasi».

«Ogni volta è così».

«Perché scegli posti lontani da dove mi trovo?»

«Tra i due, quello che sta più lontano sono io, o no?»

«Hai ragione».

«Che bevi?»

«Quello che bevi tu».

«Io un whisky triplo».

«Azz».

«Se non bevo ora che non mi fa più male».

«Giusto».

«Allora?»

«Vodka».

«Uhm».

«Posso cominciare?»

«Siamo qua per questo».

«Messi

«Giocatore o allenatore?»

«Entrambi».

«Per il gol c’è un angelo particolare. Un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano per anni. La vita è così: con i gol che si fanno e con quelli che non si fanno. Fasi».

«Un gol l’ha fatto e sembrava una rinascita».

«Sembrava».

«E come allenatore?»

«Meglio di Sampaoli, ma ci voleva poco».

«Chi salvi?»

«Maradona. È l’unica speranza rimasta al calcio. Un calcio sempre più fisico, prepotente, esasperato. Fatto di episodi. Con tanti, troppi, gol su calcio piazzato. Mi sono annoiato molto».

«Ci sarà qualcuno che ti è piaciuto?»

«Ma sì, Hazard e Mbappè e Griezmann hanno ancora un piede nel passato. De Bruyne ha qualcosa di Cruyff, ma ovviamente non sarà mai Cruyff, quando svisa d’esterno ne ricorda l’ombra, ma deve prendere ancora tanta pioggia. Mi piace Godin, perché di pioggia ne ha presa tanta e poi ricorda Obdulio Varela, è un carnicero col cuore».

«E Neymar

«Sarebbe piaciuto al Mister Peregrino Fernández, avrebbe sfruttato al meglio le sue doti, non quelle calcistiche, s’intende».

«E Cristiano Ronaldo

«C’ha provato, è uno che si batte, vuole sempre il meglio, ma non sta nella mia metà campo, avesse un pensiero o qualcosa senza sponsor potrei pensarci, è uno al quale la porta non si è mai ristretta e per questo lo rispetto, ma tutto qua».

«Hai visto qualcosa di buono?»

«In verità no. Devi scavare per dirti ok, il Belgio gioca quasi bene per essere una nazionale, quando io palleggiavo a Bruxelles mi guardavano come se fossi uno che si spogliava per strada, oggi mi porterebbero in laboratorio per studiare il mio tocco, io gli direi che o segnavo o stendevo un cane e il loro algoritmo impazzirebbe. Questo mondiale verrà ricordato per la Germania che si spara sui piedi. Nello sport la riconoscenza non può esistere, conta solo il tempo».

«E l’Uruguay?»

«Poteva fare di più. Me l’ha detto anche Eduardo (Galeano N.d.R), peccato per Cavani. Hai notato che sulla sinistra, nella partita contro la Francia, c’era un vuoto, mancava un pezzo di mondo».

«Sì. Di quel mondo fantastico di Tabárez».

«Ci stavo arrivando, Oscar, è una storia a parte, prima di essere un allenatore o un maestro è un utopista, uno che è abituato a scavalcare la realtà. È come se avesse ricevuto una eredità dalla notte dei tempi, lui è la speranza, se nel gioco un ragazzino non percepisce né vede speranza, passa a un altro gioco».

«Non conta la tattica, il modulo?»

«Ma certo, ma non in modo così esasperante, prima conta come ci arrivi. Tabárez è quel come. In fin dei conti il fútbol non è altro che fantasia, cartoni animati per adulti.  Tutti sappiamo che il rigore va tirato forte, basso e di lato, eppure il calcio esisterà fino a quando ci sarà chi non ascolterà questo consiglio, assumendosi il rischio di sbagliare».

«E il Var?»

«Io vengo dalle macchine fotografiche col soffietto e dalle risse, per me è come la penicillina, un miracolo».

«Veniamo a Francia e Croazia».

«Ti potrei rispondere prima seriamente citando Chandler e poi ironicamente mettendomi a cavillare tra l’una e l’altra squadra, o viceversa».

«Come vuoi, siamo qua per questo».

«Per cavillare ironicamente o per rispondere seriamente?»

«L’esperto sei tu».

«Anna Halsey era 120 chili di femmina quarantenne, con la faccia incipriata, in un vestito nero aderente. Gli occhi le brillavano come bottoni neri, aveva guance vellutate come la pelle della pesca e dello stesso colore. Se ne stava seduta dietro una scrivania nera con il piano di vetro che sembrava la tomba di Napoleone, e fumava una sigaretta in un bocchino nero un po’ meno lungo di un ombrello. Disse. – Ho bisogno di un uomo».

«Mi stai dicendo che leggendo Chandler si può trovare risposta a tutto?»

«Forse».

«In questo pezzo potrei leggerci che Anna è la Francia, e che nonostante sia appagata dall’aver già vinto, seppure venti anni fa, ha ancora fame e anche se trascinandosi, vincerà».

«Esatto».

«Non dai speranze alla Croazia?»

«Ne ha poche, e non perché sia scarsa, ma perché è leggera e deboluccia in difesa, e non ha uno come Kanté».

«E la prova con l’Inghilterra?»

«Un carattere incredibile, ma se entra il colpo di testa di John Stones, la partita finisce diversamente. Il fatto è che la Francia segna sia su calcio da fermo che su azione».

«E la straordinarietà del piccolo paese che può passare alla storia?»

«E quella del grande – come un camion di birra, per tornare a Chandler – che ne ha bisogno?»

«Non è che sei di parte, dopo tutti i tuoi anni a Parigi?»

«Artl ti avrebbe risposto dicendo: Un grupo de calaveras a la violeta comentando pantorillas de bataclanas (un gruppo di gaudenti profumati di violetta che commentano i polpacci delle ballerine)».

«Mi stai dando del gaudente profumato?»

«No, sto dicendo che le cose si sentono, prima ancora di vederle. E per quanto tu voglia scavare per trovare una speranza croata, si sente che anche tu sai che la Francia vincerà».

«È così. Ma se ti dicessi che però a me Didier Deschamps sembra uno di quei marescialli napoleonici furbi, e come dice Camus – uno che di pallone ne capiva –  tra i furbi ci sono molti cretini».

«E tra i cretini: tanti giocatori bravi che ti fanno vincere un mondiale».

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