I presidenti di Maurizio Sarri

Dall’Antella al Chelsea la strada è lunga, e c’è molta più salita che al Tour de France. Maurizio Sarri l’ha fatta tutta, e ora ride, a Londra. Finiti i campi di polvere, esaurite le strade di campagna, deposte le panchine consumate e senza tettuccio per ripararsi dalla pioggia, dimenticati gli oratori, ecco la Premier League. Venti anni fa Sarri allenava l’Antella, e prima c’erano state Cavriglia, Faellese, Stia, che sembrano paesi da Cioni Mario, più che squadre. L’anno dopo, nel 1999, lavorava in banca e allenava il Valdema, in promozione, fumava tanto e “spolettava” come un Lodetti tra gli sportelli e le panchine, tra Firenze e la provincia. Già immaginava di andare oltre la palla lunga e pedalare, ma non poteva immaginare il suo ventennio da ciclista in provincia tra campi assurdi ed esoneri, fino a ritrovarsi alla destra di Roman Abramovič. Al campo di Ponte a Niccheri, ci andava per un milione di lire più rimborso spese, oggi sono 6,4 milioni (ma di euro) lordi all’anno. Al Valdema ci era arrivato per via di una fusione voluta dal presidente di allora Riccardo Castrucci, commercialista, tra l’Antella e il Grassina, che per comodità e per convenienza si era tenuto l’allenatore, per poi esonerarlo dopo 17 partite. «Io e Sarri siamo coetanei, è una persona seria, innamorata del lavoro. Gli amici ancora mi prendono in giro ricordandomi che sono stato il primo a esonerarlo, ma la decisione la prese a maggioranza un direttivo di dieci persone. E dopo l’esonero noi siamo risaliti, lui è rimasto a lungo fra i dilettanti». Tegoleto, Sansovino. Sembrano nomi di vinelli, prima che di posti, sono la biografia del nuovo allenatore del Chelsea, gli inglesi impazziranno, fiondandosi a cercare quei campi. Sarri risultava poco pragmatico per i dilettanti. Alla fine si ritrovò in una riproposizione pallonara tra guelfi e ghibellini, come raccontò il capitano del Valdema, Gianni Morrocchi, a Francesco Saverio Intorcia: «L’impatto fu spiazzante, Sarri si presentò con un faldone di appunti sui giocatori di tutte le categorie: e parliamo di dilettanti. La squadra era con lui, parte dei tifosi no: quelli del Grassina lo vedevano ancora come il tecnico dell’Antella». La sua prima squadra tra i professionisti fu la Sangiovannese, il presidente Arduino Casprini, imprenditore brillate che prese una azienda di artigiani che trattava superfici metalliche e ne fece una di alto design, ma morì in un incidente stradale, cedendo la squadra a un imprenditore italo-argentino molto chiacchierato: Ricardo Omar Ciancilla. Sarri non aveva il patentino adatto per guidare in C2 la squadra – scontava il non essere stato un calciatore di livello, aveva poche partite in campo e troppe sulla panchina – e gli diedero un ex calciatore come tutor, Piero Bencini, che insegnava ginnastica e lo assisteva. Una vita da allenatore in seconda, per Sarri, tanta pazienza, pressing, senza perdere speranza, trattando con presidenti a volte assurdi, altre, invece, compresivi ma sempre fino a metà classifica, dopo c’era l’esonero. Arriva in serie B a 46 anni, seguono stagioni non esaltanti. Pescara, Arezzo, Avellino, Verona, Perugia. Ad Arezzo divide con Antonio Conte che l’ha preceduto al Chelsea, la panchina e l’esonero, il suo presidente – molto sopra le righe – Piero Mancini, a processo per bancarotta bordeggiando l’arresto, «Grande lavoratore. Ricordo le sue manie, il sale sparso in campo o la moglie fuori dal ritiro perché in albergo non poteva entrare nessuno. L’ho cacciato perché i giocatori erano legati a Conte e gli hanno fatto la pelle. Maurizio è esploso a Empoli perché lì c’erano le condizioni migliori per lui». Ad Avellino, rimane un mese e una partita, poi si dimette, accorgendosi che dietro il presidente Massimo Pugliese non c’era il progetto promesso, e capendo che il rapporto non poteva durare, lui si giustificò dando la colpa al dg Lucchesi e alle divergenze tra toscani, adducendo strane ragioni cromatiche: «Mi spiace non aver avuto il tempo di apprezzarlo. Mi turbava il suo look nero, per lui era scaramanzia, a me metteva angoscia: quando l’ha cambiato, ha preso il volo». Sì, mettendosi la tuta, perché il campo era un luogo di lavoro. Niente a che vedere con i colori del lutto o con Ernesto De Martino. A Verona si trovò presidente il conte Arvedi d’Emiliei, e Giovanni Galli, come ds dell’Hellas, che quando lo cacciarono si dimise. A Perugia, dove fu contestatissimo per gioco e risultati, ebbe un altro bancarottiere, Leonardo Covarelli, che intrecciava mattoni e palloni, evidentemente male. Ad Alessandria ebbe l’imprenditore aretino Giorgio Veltroni che la squadra l’aveva comprata per costruire lo stadio, e, che, poi non fu costruito. Vedendo giocare la sua Alessandria, Attilio Gambardella lo portò al Sorrento, per poi esonerarlo e pentirsene. Il penultimo presidente fu Fabrizio Corsi che con l’Empoli gli diede libertà e possibilità. Il resto è Aurelio De Laurentiis che amplificò quelle libertà e possibilità. «Ho scelto come unico mestiere quello che avrei fatto gratis». Senza aggiungere che dietro c’era una tolleranza enorme e un numero esagerato di presidenti difficili come una partita di Premier League, anzi di più, come una di Promozione.

 

[uscito su IL MATTINO]

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