Mandela The Long goodbye

Non c’erano strade facili per la libertà e lui non era il Messia ma un uomo paziente. Sapeva che una buona testa e un buon cuore non bastano a un popolo ma ci vuole la capacità di arrivare a un compromesso. Due nomi: il primo, Rolihlahla, letteralmente istigatore, scelto dalla famiglia; il secondo, Nelson, posto dalla società nella sua prima rappresentazione: una scuola metodista. Per tutta la vita è come se Mandela avesse fatto solo due cose: ribellarsi e aspettare, oltre che pagarne le conseguenze. Cominciò presto rifiutando il matrimonio combinato deciso dal capotribù, e fuggendo dal villaggio di Mvezo, sul fiume Mbashe, «Cambiare se stessi è il primo passo per cambiare la società nella quale si vive». La sua non era delle migliori, c’era la segregazione razziale, e i neri non avevano che una manciata di diritti. Il razzismo è stato considerato legale a partire dall’occupazione olandese di Città del Capo nel 1652 fino a quando Mandela non è diventato presidente del Sudafrica. A Johannesburg dove studia legge, nel 1942, si avvicina all’ANC (African National Congress), è sua l’intuizione di non aspettare che si maturi per opporsi ma di cominciare a lavorare con i ragazzi, per questo fonda la “Youth League” e successivamente uno studio legale per assistere gratuitamente i neri che venivano processati, lo fa con Oliver Tambo che poi andrà in esilio in Zambia. Prima era stato tra gli autori della “Carta della Libertà”, che poi sarà la base della nuova costituzione. Tutto il suo percorso politico sarà anomalo, una continua mediazione –prima ancora che con gli avversari – con le tante parti: tribù di etnia diversa – la sua Xhosa – fazioni clandestine del movimento, fazioni in esilio e fazioni divise in carcere. Ha sempre avuto uno scopo elevato e uno sguardo al dopo, non si è mai preoccupato del presente, sia quando stava in carcere che quando divenne presidente, è stato un uomo oltre il tempo: capace di stringere un accordo con gli uomini che lo avevano imprigionato per 27 anni. Impossibile non ammirare la disciplina e l’intraprendenza, non è mai stato usuale, ha sempre controllato la vendetta, ed ha vinto quando ha riconosciuto i nemici come interlocutori, cominciando proprio in galera, dove ne percepì la vulnerabilità, e iniziò i colloqui, spesso prendendo le distanze dal suo gruppo. Finito nella prigione di Robben Island, nel 1962, come capo dell’ala armata dell’ANC: l’Umkhonto we Sizwe, processato e condannato all’ergastolo per sabotaggio e tradimento. Capendo che bisognava rendere esplicite le colpe della lotta anti-apartheid: si dichiarò colpevole. Più di Muhammad Alì e Malcolm X, aveva compreso l’importanza dei gesti, per questo venti anni dopo rifiutò la libertà condizionata, e rimase in prigione fino al 1990. Oltre l’idea di libertà, lo aiutarono la boxe: «Amo la scienza del pugilato: la strategia di attaccare e indietreggiare allo stesso tempo. La boxe significa uguaglianza. Sul ring il colore, l’età e la ricchezza non contano nulla. Ma più che il combattimento, a me piace l’allenamento regolare e costante, l’esercizio fisico che la mattina dopo ti fa sentire fresco e rinvigorito», e le letture – tante – tra queste le poesie di William Ernest Henley. Userà lo sport sempre come un valore per ricongiungere il paese: sia con la coppa del mondo di rugby (1995) vera e propria scommessa politica – l’ha raccontata Clint Eastwood con “Invictus” – e poi col mondiale di calcio nel 2010: sua ultima uscita pubblica con la moglie Graca Machel. È proprio in prigione che diviene il grande leader, il mondo impara a conoscerlo, anche grazie alla musica, i ragazzi occidentali scoprono l’apartheid e la storia di Mandela, Madiba per il suo clan. Così è diventato il santo laico per gli occidentali che perdevano le speranze e le figure di politici, “la leggenda in cammino”, capace di giocarsela con Papa Wojtyla: per comunicazione, forza e messa in riga di potenti. Uscendo di galera disse: «Sono qui davanti a voi, non come profeta, ma come umile servitore del popolo». Quasi a prevenire quello che sarebbe accaduto dopo. Non ha perso occasione per ricordare che era un uomo, e come tale, esposto agli errori. Nonostante questo ha rappresentato uno standard altissimo non solo per i politici del Sudafrica e del continente intero ma anche per il resto del mondo. Diventando, però, una sorta di Che Guevara e McDonald’s insieme: dalle statue, piazze, ponti, alla faccia ovunque: maglie, tazze, muri, banconote, e per avere l’account twitter col suo nome ha dovuto reclamare con chi lo usava già, poi c’è il museo Mandela, la sua cella che è luogo di pellegrinaggio, come la sua casa, la sua autobiografia: “Il lungo cammino verso la libertà” un film hollywoodiano, intanto la sua famiglia diventava un reality trasmesso dal canale Cozi Tv “Being Mandela” ma meriterebbe una telenovela: tra morti, divorzi –si è sposato tre volte – e dispute assurde. Come quelle avvenute dopo i suoi anni di presidenza. Dall’uscita del carcere, Mandela si farà prima ambasciatore dei diritti dei neri, girando il mondo raccontando il Sudafrica e gettando le basi per le prime elezioni libere, costruite in un lungo dialogo con Frederik Willem de Klerk: ultimo presidente bianco. I due nel 1993 riceveranno il premio Nobel per la pace, l’anno dopo Mandela vincendo le elezioni diviene il primo presidente nero sudafricano. La sua intuizione la “rainbow coalition” è un ottimo contenitore per le differenze enormi non solo politiche ma soprattutto di giustizia che animano la sua parte, e la mediazione finisce per essere un tribunale straordinario: la “Commissione per la verità e la riconciliazione” nella quale ebbe un ruolo fondante l’arcivescovo Desmond Tutu, dove si provava ad affrontare l’intero complesso di colpe e crimini commessi durante l’apartheid: è servita a far prevalere la linea del perdono e delle amnistie, per un’altra larga parte del paese, quello nero, sarà oggetto di aspre critiche e visto come il motivo del razzismo sotterraneo che ancora percorre il paese con comunità divise e contrapposizioni con figure come il giovane politico Julius Malema – espulso dall’ANC – che chiudeva i comizi urlando: «Kill the boer». I cinque anni di presidenza di Mandela (lascerà nel 1999) furono il tentativo di rendere il Sudafrica un paese del primo mondo (aveva molti punti a favore si pensi solo alla medicina con Christiaan Barnard che effettuò nel 1967 il primo trapianto di cuore). La sua grandezza fu proprio nel lavoro su due fronti: quello della pacificazione interna e quello del rilancio esterno. Con molte pressioni, in quegli anni le uniche critiche vennero con due battute da Thabo Mbeki (successore designato): «Non mi vedranno mai morto con le tue scarpe addosso, perché hai delle brutte scarpe», e più avanti si spinse fino a definire le appariscenti camicie colorate di Mandela: «Sciocche». Più duro fu de Klerk, ma tempo dopo, quando era cominciata la santificazione:  «Non corrisponde nel modo più assoluto alla figura paterna e di santo così diffusa oggi». Altri gli imputarono le amicizie con dittatori e una leggerezza nella successione, che fu un disastro prima con Mbeki e poi con Jacob Zuma (attuale presidente) con una politica sanitaria disastrosa sul fronte AIDS. Nathan Gefen (giovane attivista) condensa le fasi: «La mitologia su Mandela, il fatto che l’ANC continui a parlare della sua infallibilità ed eccezionalità, l’incapacità di dibattere in maniera critica le idee, le azioni, i successi e i fallimenti della sua lunga vita, non gli rendono un buon servizio. La sua vita è ridotta a una serie di citazioni buoniste e serve a giustificare ogni azione negativa commessa in suo nome. Questo disumanizza Mandela e mette in evidenza che, in ultima analisi, non siamo stati capaci di imparare dai suoi successi». Il suo gesto più forte è stato proprio di compiere un solo mandato e lasciare agli altri la possibilità di governare, tutto quello che i “nati liberi” lamentano: disoccupazione, carenze di strutture, mancanze nel sistema scolastico pubblico, alto tasso di criminalità, permanenza di un sottosviluppo culturale, gli competevano in minima parte, a lui spettava il compito di prendere una serie di colonie e farne un paese, l’ha fatto, senza una guerra civile. A chi gli imputa di essersi costruito un rifugio dorato, dimentica che quando se ne andò aveva 85 anni, che ha ancora oggi è l’emblema dei diritti umani e che non ha mai preso né tangenti né si è lasciato piegare da interessi, il suo partito sì. E invece di riempire i vuoti del paese con la sua immagine bisognava dare risposte, visto che fin dal ‘97 con il giornalista sudafricano Lester Venter, si chiedevano “When Mandela goes”, e c’era tutto il tempo. Invece, ancora oggi, escono libri simili come “After Mandela” di Alec Russell, ma non ci sono risposte, c’è invece chi persino rimpiange l’apartheid. L’unico modo che hanno il Sudafrica e l’ANC per onoralo è di rispettare il suo progetto di libertà e pace, di imparare la scuola dei suoi compromessi in nome del bene collettivo, non smettendo di lottare per la maggioranza povera del paese, appropriandosi realmente della sua autorità morale che è enorme, e lasciando la sua faccia alle piazze.

[uscito il 6 dicembre 2013 su IL MESSAGGERO e IL MATTINO]

 

 

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