Porte che inutilmente sbattono di notte

Fragilità e inconsistenza, oltre una elementarità di lingua, governano la raccolta di racconti: “Se mai un giorno” (Guanda) di Marco Vichi. “Storie e destini che chiedono di essere ascoltati”, sì, se avessero una voce non sovrascritta, se avessero dei dettagli, degli incipit diversi, anche non articolati ma almeno capaci di fare colpo – “Era una calda sera di settembre”; “Era una notte fonda, ma il sonno non voleva saperne di accoglierlo tra le sue braccia”; “C’era una gran bufera, quella notte”; “Non posso dimenticare quella notte. Una delle più inaspettate che abbia mai vissuto”; “Chalna, è notte. Una notte d’estate”–, se ci fosse qualcosa di sorprendente, invece niente: una pista d’atletica. Qualche tentativo d’ironia, una arrampicata di surrealismo, un po’ di vita vissuta in Bangladesh – “disgraziato paese”– ovvio con la lacrima, un tocco di frou-frou ideologico e qualche tentativo di critica social-culturale. Vichi è uno scrittore con la pistola, se ne viene privato escono tutti i suoi limiti linguistici e di trama. Non riesce mai a spiritare né la paura né le ossessioni che pure vede, sente, racconta. Fuori dal genere nessuno è perfetto, ad eccezione di Georges Simenon, e, purtroppo per il lettore, di Simenon non ce ne sono altri. Nel tinello della narrativa italiana, sovraffollato da scrittori di genere, a un certo punto si sente il bisogno di raccogliere tutto, anche i racconti che, però, dovrebbero essere dei tifoni capaci di sconvolgere pagine e lettori, invece sempre più ci si ritrova a leggere delle porte che sbattono.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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