Neil Simon’s Broadway suite

Aristofane e Mark Twain insieme. È stato il re di Broadway, per più di quaranta anni e con trenta opere teatrali, quando Broadway era un regno. Di solito c’erano almeno due o tre suoi spettacoli in cartellone contemporaneamente, una volta persino quattro, era il 1966 (“Barefoot in the Park”, “The Odd Couple”, “Sweet Charity” e  “The Star Spangled Girl”). Chissà se, Neil Simon, drammaturgo e sceneggiatore, che se ne va a 91 anni, per le complicazioni dovute a una polmonite mentre era ricoverato al Presbyterian Hospital di New York City, ha fatto in tempo a ricordarsi di Edmund Gwenn che rispondeva a John Ford: «Morire è facile, è la commedia che è dura». E lui, invece, l’ha resa un gioco, scrivendone di bellissime, producendo a raffica successi ed entrando nella vita degli americani. Chissà se ha fatto in tempo a ripensare al milione di dialoghi scritti, a tutti quelli che sono riusciti a superare le trentacinque pagine e ad uscire dai suoi affollati cassetti – prima di quella misura non li prendeva in considerazione, d’altronde se Dalton Trumbo poteva scrivere in una vasca, perché lui non poteva avere un confine da superare scrivendo –magari chiedendosi: «Vuoi precisione o velocità?». Oppure rifiutando la lettura della cartella clinica: «A che serve? Ho deciso di smettere di bluffare». Ma prima era vissuto, e intensamente. Nato nel Bronx, a New York, il 4 luglio 1927, era già l’America prima di diventarlo davvero scrivendo, prima di registrare la sua voce, masticarla e riprodurla. Figlio di un venditore di abbigliamento, Irving Simon, e di una commessa dei magazzini Gimbel, Mamie Levy Simon. Irregolare, fin da giovane, si laurea all’Università di Denver mentre presta servizio nell’esercito. Procede a istinto, con un grande orecchio per quello che gli accade intorno, ogni parola che scriverà non sembrerà mai fasulla, mai fuori tempo, perché nascerà dall’ascolto sommato al suo umorismo di stampo ebraico, il resto è nei ricordi di tutti quelli che hanno riso. Perfetto per essere recitato, fatto per uscire dalle pagine e abbracciare la gente. Tutto comincia andando dietro a suo fratello Danny Simon, di otto anni più grande, e finendo a scrivere spettacoli radiofonici prima e televisivi poi – tornerà alla televisione negli anni Ottanta –, tra cui  “The Garry Moore Show”.  I fratelli Simon furono ingaggiati per unirsi a Mel Brooks, Carl Reiner, Larry Gelbart e altri come scrittori per la serie televisiva di Sid Caesar,  “Your Show of Shows”, poi divenuta leggendaria. Per conto suo, Neil Simon, scriverà più di una dozzina di episodi di  “The Phil Silvers Show (Sgt. Bilko)”. Proprio partendo dalla radio acquisirà l’obbligo di essere efficace, secco, e avendo un ritmo musicale, che sempre si sentirà in ogni sua frase. Una scrittura perfetta, aderente, come una muta da sub, basti pensare a Jack Lemmon e Walter Matthau di “The odd couple” (1968; “La strana coppia”) di Gene Saks, al cinema, che sarà anche la prima di quattro candidature all’Oscar con tre film di Herbert Ross, nel 1976 per “The sunshine boys” (“I ragazzi irresistibili”), nel 1978 per “The goodbye girl” (“Goodbye amore mio!”) e l’anno successivo per “California suite”. Ma fa dire a Diana Barrie (interpretata da Maggie Smith in “California Suite”, 1978 di Herbert Ross): «Si fottano gli Oscar, si fottano tutti i premi dell’Accademia». Il debutto a teatro, invece, è con la commedia “Come blow your horn” (1961, Alle donne ci penso io), cui seguono “Barefoot in the park” (1963, “A piedi nudi nel parco” poi portato a cinema da Gene Saks, con Robert Redford e Jane Fonda); “The odd couple” (1965); “Plaza suite” (1968). Seguirono tanti altri, una striscia di opere, ma è in questo decennio che divenne il Simon dispari, quello unico. Si impose subito, riuscendo a caratterizzare i personaggi con una sola battuta, da come rispondevano potevi immaginarti come vivevano, i suoi erano dettagli orali, lessico biografico, dovuto al fatto che prima che alle feste andava negli stadi a seguire il baseball, portandosi a casa le voci di scommettitori e maschi medi americani, che poi faceva ri-vivere in un tocco solo. Prima che un drammaturgo era un pittore, di vite, con un istinto per paradossi e situazioni, uno che lavorava agli incastri (“Plaza suite”, 1971, “Appartamento al Plaza”, di Hiller) e che ci riusciva in un modo singolarissimo, divenuto pure scuola. Spaziando dal musical sentimentale (“The goodbye girl”) alla commedia a episodi (“California suite”), Simon dimostra di poter giocare con ogni linguaggio rimanendo sempre sull’onda più alta, persino quando comincia a sentirsi la malinconia per il tempo che passa, l’insoddisfazione e l’inquietudine – come scrisse Clive Barnes: «Neil Simon è destinato a rimanere ricco, di successo e sottovalutato» – nonostante il Premio Pulitzer, la copertina di “Time” e le palle da baseball autografate da  Bobby Bonilla. Questa insofferenza la raccontò bene lui vedendola riflessa nell’espressione cupa di Woody Allen, mentre gli faceva i complimenti per “Manhattan”. Riguardare la sua opera significa fare una autopsia alla scrittura comica, principalmente, poi anche a quella musicale e sentimentale, ma è soprattutto il tratto comico che lo fa giganteggiare. Passato per quattro matrimoni: Joan Baim, Marsha Mason, Diane Lander ed Elaine Joyce. È all’uso della coppia che ne ha fatto lui che dobbiamo tutto quello che c’è oggi, l’esplosione urbana di rapporti e ricatti, che sembrano solo riedizioni aggiornate e al ribasso di quello che potevano dire i suoi uomini e le sue donne. «Quello cosa era? Un bacio? Amico, se d’ora in avanti la musica sarà questa, non disturbarti neanche a tornare». Perché nel suo mondo ogni battuta era fuga dall’inferno.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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