Mourinho: più cinema che pallone

È sempre stato prima un modellatore di coscienze e menti e poi un allenatore di calcio, e anche ora che è triste, solo e probabilmente alla fine della sua esperienza al Manchester United, José Mourinho, non smette di essere altro dal calcio, uno straordinario attore che tiene insieme Brian Clough e Carmelo Bene. Chiedendo respect, rispetto, sta parlando agli improvvisati, ai “tennici benniani” da bar, e agli stessi giornalisti che hanno contribuito a crearne il mito. Ora che non riesce più a vincere, ora che scopre di non essere più l’uomo che arrivava e sovvertiva le stagioni e le storie delle squadre che dirigeva, e che assapora anche il dileggio, lo sberleffo, le facce che lo guardano con sufficienza, è costretto a un colpo di teatro degno di Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show, quando, calcolando movimenti e respiri, gesti e parole, dice: “Ho vinto più io in Premier che gli altri 19 tecnici insieme”, e lo dice già alzandosi, per andarsene, e prima aveva preparato l’uscita partendo dal risultato, il tre a zero subito dal suo Manchester dal Tottenham di Pochettino – era da più di mezzo secolo che non prendevano tre gol dagli Spurs in casa – indicando il tre col metodo inglese (indice medio e anulare al posto di pollice indice e medio, ricordando il Michael Fassbender di “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino, la differenza crea una strage), e lo fa col tono di Bob De Niro che dice a John Cazale ne “Il cacciatore”: “Questo è questo. È un proiettile, non è un’altra cosa. Ficcatelo bene in testa”. Insomma, cinema in conferenza stampa, dalla quale esce come un direttore d’orchestra, con la mano sinistra davanti al suo maglioncino nero alla Marchionne che indica calma e rispetto, soprattutto rispetto, questa volta ricordando Al Pacino che fa Michael Corleone ne “Il padrino”. Ma oltre la sua lirica, dove ogni dramma è una farsa, oltre quel palcoscenico ci sono un mucchio di problemi per lui come non gli era mai accaduto, e molto probabilmente la marcatura strettissima di Zinedine Zidane e Antonio Conte al suo posto in panchina. Tutta la sua capacità di individuare le motivazioni sociologiche e farne spinta, tutta la sua forza insidiosa ed eccentrica (dalle dita negli occhi a Tito Vilanova, al gesto alla Volonté delle manette, smarcandosi dall’essere pirla, il suo rap dei porqué dopo aver perso col Barcellona in Champions, da Ovrebo all’Unicef, le tante espulsioni di comodo che chiedeva ai suoi calciatori – citofonare Sergio Ramos –, le liti con il medico donna Eva Carneiro per fortuna in tempi pre #metoo, e via così, in una meravigliosa cancellazione dell’ipocrisia che regna sui campi di calcio, cercando l’antipatia, facendo da parafulmine), tutta la sua impermeabilità, l’organizzazione simbolica, i sottotesti, l’albagia, i divertissement intellettuali prima che calcistici, insomma tutto perduto o quasi, la sua valigia dell’attore si è aperta in campo e si è rovesciata: con le maschere e i trucchi, e i pischelli come Pogba – da campione del mondo – ci son passati sopra. È anche vero che le sue tournée si reggono su cicli di tre anni: Porto, Chelsea (2 volte) e Real Madrid, se prima non vince la Champions League come è accaduto con l’Inter, o se non legge i presupposti per farlo come nel secondo ciclo al Chelsea. Mourinho ha bisogno di controllare tutto e a volte non basta, al Real Madrid chiese ed ottenne la testa di Jorge Valdano, al Manchester United ha trovato un osso duro Ed Woodward – direttore generale – uno che si fa scivolare addosso i suoi lamenti per il mercato povero, perché interessato a tenere sotto controllo i conti. Intanto non quadrano i risultati: due sconfitte nelle prime tre partite di Premier, cosa che non gli era mai accaduta, e che non accadeva al Manchester da 26 anni. Domenica ha il Burnley e poi la pausa per le nazionali, e al ritorno ha il Watford. In mezzo ci sono venti milioni di euro, la penale da pagare in caso di licenziamento dell’allenatore di Setúbal. Eternamente sotto attacco l’ermeneutica mourinhiana, vede il suo momento più basso, condannata a vincere sempre e con l’aggravante di farlo giocando maluccio – l’annoso problema del catenaccio, mai risolto dai tempi di Rocco e Brera ad oggi – perde i dogmi, perde l’infallibilità, perde il fascino, divenendo una vertiginoso ricordo pallonaro, mentre Guardiola e i suoi epigoni (come Sarri, Emery, Pochettino) gli mangiano in testa. Mourinho appare isolatissimo, e precario – seppure di lusso – in un ambiente ostile come quello di Manchester che ancora cerca il nuovo Ferguson, orfana di un patriarca scozzese che non poteva essere soppiantato da un pirata portoghese. Non è un caso che Mourinho viva in albergo, una scelta solitaria alla Dino Risi, in bilico, senza mettere radici. Manchester si è rivelata una falla, ha evidenziato i limiti di Mourinho, segnando la sua soglia – per ora – nonostante una Europa League vinta. Tutto difficile, far digerire un uomo del Chelsea, il demone che l’ha risvegliato, un avversario odiato che diventa profeta, senza mai conquistare fino in fondo l’ambiente. Lo United è una chance perduta, un tempo che ha solo affastellato detriti calcistici e alimentato remake cinematografici.

 

[uscito su IL MATTINO]

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2 thoughts on “Mourinho: più cinema che pallone

  1. […] tutti riconoscono grandezza, fanno precedere il rispetto – sì, quello invocato dal Padrino José Mourinho a Manchester qualche giorno fa – ma poi coniugano i verbi al passato, superando il presente, che poi è il […]

  2. […] un solo gesto Enzo Jannacci, Peppino Prisco, Ugo Tognazzi e Kevin Spacey è quasi impossibile, ma José Mourinho è un felino, quindi capace di tutto. Ecco il suo orecchio teso a sentire i cori dei tifosi […]

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