Il tennista trimezzato

C’era la finale di Wimbledon, l’estate intorno, e nel suo spogliatoio il tennista Roger Weber aveva un grosso problema che si era trascinato, e con molta difficoltà, per tutto il torneo. Da una parte, sul lettino, stava la sua faccia che provava a trovare un ultimo accordo, e dalle altre parti stavano la sua testa, il suo tronco con braccia e gambe e i suoi piedi, che non volevano più sentire ragioni. Una storia complicata, quella del tennista Weber, che lo vedeva indugiare mentre fissava la scissione del suo corpo, che era cominciata quando aveva deciso, su indicazione del suo manager, di affidarsi a sponsor diversi, sfruttando al massimo la diversificazione, non tenendo conto che le lotte tra i marchi potessero estendersi fino al possesso delle parti che ricoprivano. La testa era andata al marchio di cappelli Wilde, il tronco con braccia e gambe al marchio di abbigliamento sportivo Nunc, e i piedi al marchio di scarpe Kucha. E per fortuna non aveva ancora firmato per gli orologi, i polsini, e le mutande, altrimenti si sarebbe ritrovato macellato dal capitalismo. Chiunque fosse entrato in quello spogliatoio avrebbe visto una scena oltre George Romero, o forse quasi da Tiziano Sclavi, non credendo ai suoi occhi, ma per fortuna la faccia e la parte di cervello rimasta attaccata avevano convinto la parte con le braccia a chiudere a chiave la porta d’ingresso, ma il tempo passava e l’accordo sembrava impossibile. Si discuteva alla ricerca di una ragione comune, come in una assemblea di condominio, con violenza e negazioni, senza comprendere che il tennista Weber poteva battere ogni record rivincendo Wimbledon. Ma i piedi volevano una percentuale maggiore, con la scelta dei magici calzini Fostisur – prodotti sempre dalle scarpe Kucha –, e reclamavano la loro fondamentale importanza nel vincere le partite; la testa, con mezzo cervello le orecchie e i folti capelli biondi del tennista richiedevano la firma sotto il contratto dello shampoo e balsamo Burnett – prodotto sempre dai cappelli Wilde – e sottolineavano che senza la provvidenziale tenuta psichica e senza strategia il resto del corpo non serve a nulla; il corpo con braccia e gambe rispondeva che il grosso delle partite se le sfangava quasi da solo e il gruppo Nunc – che era all’origine della lite – per questo riteneva di dover ricoprire interamente il tennista, ma quando aveva avanzato la proposta, con una mega offerta mai vista nella storia dell’interno mondo dello sport, era scoppiato il casino e la conseguente scissione. Il lancio dell’intero abbigliamento del grande tennista aveva come motto: “Don’t give up”, ed era quello che ripeteva la faccia a se stessa provando la riconciliazione. Inutilmente, nessuna delle parti voleva cedere, e anzi man mano che la estenuante discussione procedeva le due estreme: testa e piedi si erano accordate in una maggiore opposizione al resto del corpo che comunque non ne voleva sapere di tornare con la faccia e la razionalità. La faccia avrebbe voluto tanto piangere, provando il colpo soap opera, ma non ci riusciva perché si vede che la funzione non poteva azionarsi, uno stallo tremendo, con il tempo che scorreva e l’impresa che svaniva. La stanza era animata da indolenza incendiaria. Poi, dal campo arrivarono le urla della gente, che, scandendo il nome del tennista, faceva arrivare il desiderio fino allo spogliatoio della discordia, un calore che ad avere un buon orecchio si poteva calcolare e quantificare, era una esplicita domanda di accordo che veniva dal dio del mercato, la somma di quello che non si può essere e per questo lo si desidera più l’unico modo per avvicinarsi a quell’essere la riproduzione delle sue reliquie. Il calore del pubblico, l’incombere della partita e della missione misero d’accordo le parti, che convennero per il provvisorio riallaccio, e per la lotta comune in nome di un profitto maggiore, firmarono tra loro un documento che sanciva la tregua e rimandarono tutto al dopo gara: scissione o eventuale grande accordo. Ma purtroppo le cose non andarono come le parti si aspettavano, man mano che il vantaggio si consolidava, riaffioravano le invidie, e cominciarono le disubbidienze, il povero Weber provava i suoi colpi ma si produceva in errori da dilettante, trascinando i piedi, mancando le palle come Fantozzi con Filini, centrando la rete con le sue proverbiali seconde palle di servizio, perdendo i suoi angolatissimi rovesci e le sue volée vincenti, finendo per perdere la partita e il torneo, insomma, riducendosi al ricordo in tre parti del grande tennista che era stato. Dopo anni Weber esce dal campo senza alzare le braccia, perché non solo non le controlla più, ma queste, avendo intuito che se si separano possono ottenere di più, si sono staccate e prima ancora di rientrare negli spogliatoi quella con la racchetta sta picchiando quella con la borsa.

[illustrazione di Fabio Mingarelli]

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