Valentino e compagnia

L’autunno del patriarca Valentino Rossi rischia di diventare l’inverno del suo scontento. Sicuramente pesa più di ogni altra cosa la sua moto – la Yamaha – che ha più problemi di un vecchio condomino, che lui prova a superare, per ora, senza riuscirci: “Sono preoccupato, non abbiamo l’aderenza che occorre e non sappiamo come rimediare”. Intanto, corre, lotta, ma senza acuti, mancando a se stesso prima che ai suoi tifosi. Insomma, sembra in pieno stallo, in quella che potremmo chiamare “Sindrome Totti”: tutti riconoscono grandezza, fanno precedere il rispetto – sì, quello invocato dal Padrino José Mourinho a Manchester qualche giorno fa – ma poi coniugano i verbi al passato, superando il presente, che poi è il vero grande problema del campione. ValeRossi dice che smette tra due anni, poi che vorrebbe riprovare in F1 o comunque da quelle parti, però resta in moto, ci prova a stare nel mezzo, ma gli altri corridori hanno venti anni e fischia di meno, e vanno a una velocità maggiore, proprio come accadeva al Francesco Totti sui campi, poi, certo, bastava un momento per rivedere l’emersione, il ritorno, l’epifania, che, però, rimangono l’emozione di un momento senza mai la continuità del progetto. ValeRossi si muove – come Totti in passato – in un circolo di nullità reazionaria, cerca il ripristino della grandezza, ma finisce per annullare ogni sforzo di ricerca, proprio perché dominato da quella ossessione: più prova a superare se stesso, più non si trova, anche perché non è più quello che cerca, non c’è il ragazzo in sella alla moto che è stato tra i più grandi sportivi della storia italiana, ma c’è l’uomo, e con lui il peso degli anni, una moto che dovrebbe essere due volte migliore, e il carico enorme di curve già prese, di piste già girate, di podi già visti, con avversari nuovi, sempre più agguerriti. È difficile tornare a casa certe volte con la propria moto in una città qualsiasi, figuriamoci vincere un Gran Premio, basta vedere Serena Williams agli Us Open sceneggiare e perdere sostanzialmente contro se stessa, per capire che la vita del campione al limite è piena di tormenti;  o come tutti contino i tiri in porta di Cristiano Ronaldo aspettando il suo primo gol in serie A, per capire che spesso il campione non solo diventa l’ultima speranza di riscatto, l’unica utopia nella quale credere, ma soprattutto come sia facile confondere la sua figura con quella del videogioco che ne ripete le gesta, dimenticando il prima e il dopo, quasi che il campione potesse vincere per statuto. È legittimo che ValeRossi continui a girare, ma è ancora più legittimo pensare di smettere per evitare l’effetto Cinquecento in autostrada, o irrisione da parte di piloti cresciuti nell’ombra delle sue curve. È legittimo che il campione provi sempre a sfidare la dittatura del limite, che non vada in cerca di una vittoria ultima, ma di una manciata di ultimissime vittorie, che si sprema e combatta per superarsi, ma poi c’è anche la realtà, ci sono i piccoli dolori, e una moto che sembra più provata del suo corpo. Una fondamentale presa di coscienza, rispetto al romanticismo dell’opposizione al tempo, che in questo caso è doppio. È impossibile che il presente possa superare il passato, per quanta rabbia, esperienza o bravura in più ci sia; sicuramente ValeRossi ha una disposizione mentale superiore, ma non è più allacciato alla velocità, anzi, ne sconta sempre più la spietatezza. Tanto che viene da chiedergli quello che Kurt Cobain chiese al suo gruppo, i Nirvana: “Ragazzi, vi state ancora divertendo?”.

[uscito su IL MATTINO]

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