Ancelotti, la Juventus e il compromesso Storico

Forse senza quel temporale a Perugia e senza la decisione di Pierluigi Collina, oggi, Carlo Ancelotti non sarebbe l’allenatore eccezionale che è. In quella lunghissima ora negli spogliatoi del “Renato Curi”, aspettando che smettesse di piovere e che l’arbitro-superuomo rimandasse la partita: si decise la sorte della Juventus che perse la partita col Perugia di Carletto Mazzone e lo scudetto in favore della Lazio di Sven-Göran Eriksson; l’avvenire di Ancelotti; e il suo mestiere (di vincente). «Fu una giornata assurda. Pioveva in un modo incredibile. C’era stata molta pressione nei giorni precedenti. Un gol di Cannavaro annullato ingiustamente. Uno strano clima. Restammo allibiti nel vedere che la partita non veniva sospesa. Sembrava si dovesse giocare per forza. Non ho mai visto una cosa simile. Io dopo quella sconfitta mi sentii malissimo anche perché era cominciata la litania sull’eterno secondo. Ma il giorno dopo l’Avvocato mi convocò e mi disse di non preoccuparmi e che anzi, da quel momento, io e la Juve saremmo stati più simpatici. Ma anche l’anno dopo non vinsi e correttamente la società aspettò la fine del campionato e scelse un altro». Non bastò avere l’evidente ammirazione di Gianni Agnelli e nemmeno, a scendere, quella del triunvirato Moggi-Giraudo-Bettega, Ancelotti alla Juventus fu una storia sbagliata, fin dall’inizio, e lo sapeva anche lui, tanto che dopo non ha mai perso occasione per ribadirlo. «Improvvisamente mi sono trovato dall’altra parte della barricata dall’altra parte di me stesso. Per pura scelta professionale». Che arrivò dopo le dimissioni di Marcello Lippi che sentiva finito il suo mandato a Torino – in realtà poi tornò dopo il biennio ancelottiano perdendo una Champions League a Manchester proprio contro il Milan di Ancelotti – e che poi andò ad allenare (male) l’Inter. Per rendere bene l’idea di questo – che di fatto è un ballo triste tra i due – scambio di passioni e squadre che non fece bene a entrambi, dovremmo dire che furono anni eccezionali per il calcio italiano, di vivacità che ora rimpiangiamo, ed è bello pensare che Ancelotti e anche Lippi mettendo da parte le proprie storie abbiano trovato la forza di sperimentarsi allenando Juventus ed Inter. Ma per Carlo è stato ancora più difficile, perché da calciatore aveva giocato solo con Reggiolo, Parma, Roma e Milan, tanto che quando si presentò alla sua prima partita allo stadio di Piacenza trovò uno striscione che diceva: “Un maiale non può allenare”, alludendo al fuori linea dovuto al salto dal campo alla panchina, al legame tra uomo e terra – in questo caso l’Emilia – e al fatto che fosse un avversario, emblema di squadre avversarie come Roma e Milan. A parte l’errore di disprezzare il maiale, una bestia cara e indispensabile, che ha nella propria natura risorse enormi e capacità di rispondere anche alle richieste insondabili, c’era la pochezza di giudicare senza aver visto, un disprezzo così superficiale che trovò la giusta risposta, il 28 maggio 2003, in Dida che para i rigori di Trezeguet, Zalayeta e Montero, permettendo a Paolo Maldini e soprattutto a Carlo Ancelotti di alzare la Coppa Campioni. Tanto che poi, giocando su quello striscione, quella vittoria e la sua linea, Ancelotti titolò la sua biografia: “Preferisco la Coppa”, alludendo al «maiale che non poteva allenare. Torino non mi piaceva. Troppo triste, lontana un paio di galassie dal mio modo di essere. Indietro Savoia, arriva il ciccione dei tortellini». Diventa Artusi più che Arrigo Sacchi, si pensa a Gualtiero Marchesi più che a Nils Liedholm, e ci vorrebbe Aldo Buzzi per raccontarlo, perché dal campo si finisce in cucina. Insomma, Ancelotti senza quelle stagioni da secondo, senza quegli esperimenti, e senza quella sconfitta assurda a Perugia (gol di Calori), non sarebbe poi diventato l’uomo calmo capace di affrontare l’Europa, e di vincere in ogni campionato dove ha allenato. Una squadra di frenesie come la Juventus non poteva tenersi un allenatore zen come Ancelotti, di uno zen capovolto e carnale che partiva proprio dai campi coltivati e dalle stalle per andare ai campi di pallone, che conservava nel corpo la lentezza della pianura, di chi sa che deve camminare a lungo prima delle montagne, che, invece, incombendo su Torino chiamano alla sfida, all’essere scalate. Basta guardare l’acciuga Allegri, per capire che prima del modulo, viene il modus, e che no, Ancelotti non aveva la faccia intonata alla camicia, e nemmeno il fisico, salvo poi riuscire a imporre proprio quella faccia allegra da italiano in gita a Londra, Parigi, Madrid e un poco anche a Monaco. A Torino no, quella era solo una prova dantesca, che Ancelotti si era autoimposto contro la propria natura, che, appunto, non fu mai sopportata, e che dalla biografia calcistica arrivava al suo corpo. Ancelotti è figlio di Giovannino Guareschi, e la Juventus è l’Einaudi, non potevano andare d’accordo, non potevano unirsi, si sono presi, per esigenze reciproche, uno era la miglior promessa delle panchine italiane e l’altra era rimasta scoperta per un colpo di testa del suo manager, un toscano impulsivo che poi sarebbe tornato sui suoi passi per perdere un’altra finale di Champions. Per capire Ancelotti bisogna vedere un vecchio film del 1963: “La Rabbia”, diretto un tempo da Guareschi e un altro da Pier Paolo Pasolini, e dove contro ogni aspettativa il tempo migliore è quello dell’autore di Peppone e Don Camillo, ma c’è voluto del tempo per capire quale dei due linguaggi era più efficace, alla Juventus l’hanno capito la sera della “Décima”. Quella di Ancelotti, come quella di Guareschi, è una eresia leggera, senza patemi né sceneggiate, che parla una lingua fra le più piane e familiari del calcio, per questo immediatamente comprensibile, ma che dentro ha tanto vento, quello dei suoi calciatori che fanno movimenti inattesi, perché come disse dopo Perugia: «Siamo uomini di campo e si guarda a cosa succede in campo». Perché in Ancelotti, come appunto in Guareschi, è più forte la speranza che la paura. Ma tutto questo alla Juventus non potevano capirlo.

[uscito su IL MATTINO]

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