Ciabatti: un arsenale di sentimenti kitsch

Un bimbo scompare, la sorella cresce e fugge all’università, il padre muore, la mamma si fa il toy boy con la panzetta. Non è una canzone dei Baustelle cantata da Anna Tatangelo, è il nuovo romanzo di Teresa Ciabatti, “Matrigna” (Solferino). Ricatti e vuoto convergono in una scrittura scialba che vorrebbe creare una tensione pop, invece, trasforma il libro in una sceneggiatura che ricalca quei programmi pomeridiani dove indagando il dolore e interrogando il malessere con stretti primi piani e dettagli dei mobili in salotto ci si convince di essersi messi in scia di Truman Capote. Tra “batuffoli” e “baluginii”, polvere, ricordi e fagotti si muove la Ciabatti, con le sue ossessioni per le famiglie lesionate dagli scompensi, radicate nei disturbi, e, così, dopo aver affrontato un padre piduista (“La più amata”) racconta una madre “capricciosa, prepotente, mutevole” che in gioventù somigliava a Gloria Guida e che vede nei villaggi Valtur il sogno di felicità. Sul tema della scomparsa, fra i tanti, a parte Ian McEwan di “Bambini nel tempo”, c’è Bret Anthony Johnston di “Ricordami così”, capace di gestire i ragazzini come Stephen King e le coppie come Jeffrey Eugenides. Due libri venuti dalla pancia e controllati con la testa che sono sempre credibili, mentre quello della Ciabatti ha una finzione continua, una falsità – di cui si sente il cigolio meccanico – ininterrotta senza arguzie né acutezze, solo declamazioni psicologiche. Un arsenale di sentimenti kitsch che diventano balocchi, spazzole, peluches e pessima mimesi.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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