Pasolini, ultima sera

Scrisse, sparigliò. Filmò, lo processarono. Accusò, venne ucciso. Pier Paolo Pasolini, trent’anni dopo. Stessa notte, stessi luoghi. Il viaggio comincia nel cuore della capitale, la attraversa, vive, consuma, finisce all’idroscalo ostiense: periferia della periferia, dove il Tevere si fa largo fra i rifiuti: carcasse di motorini, frigoriferi, lavatrici, parabole, mattoni, tv, sedili d’auto: stratificata archeologia del presente, tutto emerge dalla sabbia scura, vegeta sotto i salti dell’acqua, un dai e dai che è un ciclo di vita, artificiale, surreale; i pesci si salvano gettandosi delle reti delle bilance che sbilenche pendono dai casotti di legno, i pescatori fumano lenti e non parlano, affacciati sul fiume. Dall’altra parte il mare scroscia, s’infrange contro case basse e informi, baracche difese da cani e topi, reti colorate dalla ruggine, muri su muri marci d’acqua, incastri da meraviglia, suggestivi colorati accoppiamenti da Guadalajara, gabbie e persino giardini, eternit a go-go (qui non può far male?), strade di pietrisco e fango, fogne a cielo aperto, prigioni vista mare, e a distanza di poco: un cantiere navale: yacht, barche a vela, navi, il mondo che prende il largo e le distanze. «Dove vai per le strade di Roma,/sui filobus o i tram in cui la gente ritorna?» A Piazza dei Sanniti, dove tutto è cominciato quella sera. Quartiere San Lorenzo, ristorante “Pommidoro”. «È il primo dopocena, quando il vento/sa di calde miserie familiari/perse nelle mille cucine, nelle/lunghe strade illuminate,/su cui più chiare spiano le stelle». «Sa cosa mi disse Pierpaolo?…«Perché non te ne vai da ‘sto paese?» così Aldo Bravi, titolare del ristorante, dove lo scrittore mangiò in compagnia di Ninetto Davoli e famiglia. E lui non se ne è andato, non poteva: «così me so’ fatto dieci anni de Andreotti, dieci de Craxi e dieci pure de Berlusconi…c’aveva ragione lui, che perdeva tempo con me che c’ho la terza elementare». Il ristorante affaccia su una piazza invasa dalle auto, di fronte un palazzo rosa con finestre verdi. «Trent’anni fa era meglio qua, nel quartiere, na’ città. Tutto è stato rovinato da’a droga, è quella che ha rovinato le borgate». La droga tornerà più volte nei discorsi, come un’onda che ha sommerso le coscienze, ha accelerato la violenza, decidendo la morte delle borgate, della loro sana anarchia, di quel rifiuto senza coscienza della borghesia. «N’altra cosa che nun me torna: perché nun so’ stato mai sentito da’ polizia?» «Vado a dare un’occhiata a una sceneggiatura», così si congeda Pier Paolo Pasolini, alle 22,30 del primo novembre 1975, salendo sulla sua “Alfa Romeo” gt, di colore argento. «Nel quartiere borghese, c’è la pace/di cui ognuno dentro si contenta,/anche vilmente, e di cui vorrebbe/ piena ogni sera della sua esistenza». Invece va alla stazione Termini, poco distante dal ristorante, in cerca di compagnia. OGGI È NEL RIBELLE L’UOMO SANO” (fronte popolare), STORACE MINISTRO?” giusta incredulità?TUTTI SCHIERATI. “I ratti della sabina in concerto” (ma dai). VOGLIO DIRE LA MIA SULLE DONNE: LAURA TI AMO”(potevi fare di più). La stazione Termini, “SETTIMIO SEI UN BOIA”, nonostante l’ora, sforna ancora gente: gruppi d’indiani con gadget autoctoni, marocchini, cinesi, tantissimi cinesi: eterei, formicolanti, scivolano, affollando le strade di fronte, case e negozi, “LAZIO MERDA”. I portici di piazza dei Cinquecento sono illuminati da una luce fioca, gialla, è qui che Pasolini trovò Giuseppe Pelosi, il suo assassino. «Ah, essere diverso – in un modo che pure/è in colpa – significa non essere innocente». E da qui che parte con il ragazzo, passa per via Cavour “TOTTI PRESIDENTE”: alberghi, ristoranti e traffico. Sono le 23 e ci muoviamo con lentezza, su via dei Fori imperiali, il colosseo torvo, curva, in fondo. Tutt’altro la piramide Cestia, bianca smog, spunta sulla destra. “DI CANIO COME RE CECCONI” «Va, scendi, lungo le svolte oscure/del viale che porta a Trastevere:/ecco, ferma e sconvolta, come/ dissepolta da un fango di altri evi/– a farsi godere da chi può strappare/un giorno ancora alla morte e al dolore –/hai ai tuoi piedi tutta Roma». Sulla destra i mercati generali, “LARA, IO E TE 3MSC” e più avanti la facoltà di economia “Federico Caffè”, “BOSSI BOIA”. Dietro c’è “la Garbatella”, il quartiere che tanto piace a Moretti. Di fronte c’è la trattoria “Biondo Tevere”. A un salto da qui: San Paolo fuori le mura, basilica per le occasioni di lusso, memoria dei papi che corrono lungo la navata; indimenticabile l’enorme spada impugnata dal santo: statua dell’Obici che troneggia in giardino. Torna in mente, come un presagio, che si aggiunge al percorso. Pasolini entrò nella trattoria – dove era conosciuto – alle 23,30 in compagnia del Pelosi. Il tavolo è indicato da una targhetta – una reliquia – «lui bevve solo una birra, il ragazzo mangiò con appetito, invece». A raccontare c’è la proprietaria: la signora Giuseppina Sardegna, memoria di ferro, occhi languidi da fine sera dietro gli occhiali, voce dolce. Paziente, ripercorre i fatti che molte volte ha raccontato, tormenta le mani. «Era molto magro, il viso tirato, parlava tanto quella sera». Il locale affaccia sul Tevere, lui ci veniva spesso in compagnia a pranzo: Laura Betti, Elsa Morante, Moravia. Il fiume piega e piega in larghi morsi melmosi, scuro specchio della sera. A destra s’intravede il “gasometro nebbioso”, intanto: turisti tedeschi (papa old boys?) mangiano e discutono. Qui è stata girata anche una scena di “Bellissima” di Visconti, con Anna Magnani e Walter Chiari che continuano a sorridere da una parete. «Je’ volevo chiede’ dell’aborto, sapere che pensava, mi’ marito me disse: ‘lassa perde nun vedi che è impegnato’…mica c’ho sapevo che era un diverso…no, per carità nun sarebbe cambiano gnente…era così riservato e poi sempre disponibile, affabile…l’ho scoperto il giorno dopo da’ radio». Passata da poco la mezzanotte: escono. “QUI NIENTE DI BUONO”, Pasolini si ferma a un distributore automatico sulla Ostiense. Aiutato da Pelosi, lo scrittore fa benzina, come ricorderà un testimone. L’ostiense è una strada a tre corsie che poi si riduce, dirama, allarga; schizofrenica, affollata: insegne, negozi, qualche edificio ereditato dal ventennio, qualche altro venuto male, in comune l’altezza. Non c’era traffico in quella notte di novembre, e anche ora si scorre senza difficoltà, via via fino al mare. «Il fetore si mescola all’ebbrezza/della vita che non è vita./Impuri segni che di qui sono passati/vecchi ubriachi di ponte, antiche/prostitute, frotte di sbandata/ ragazzaglia: impure traccie/umane che, umanamente infette,/son lì a dire, violente o quiete, /questi uomini, i loro bassi diletti/innocenti, le loro misere mete». Springsteen canta alla radio: “the hitter”. Roma sta dietro, così vicina, così lontana. Pochi chilometri e cambia tutto, addio storia, piramidi, basiliche. La via del mare è buia, pini, erba alta, l’ippodromo di Tor di valle è l’ultimo indizio di città, il resto è periferia: Giano, Dragona, Acilia. Buio, Ostia, Ostia antica, no, Idroscalo. Una strada lunga, rete ai lati, dietro c’è la spiaggia. Mica si vede, di sera, il monumento di Mario Rosati a Pasolini. Nulla. Buio. A indicarlo un ragazzo rumeno che in bici torna a casa. «Niente nomi, però». Il campo di calcio non c’è più, né porte, né data. Resta un segno muto. Solitario groviglio di forme. Dietro, spuntano come aghi i pali delle imbarcazioni, dondolano, sospinti dalle onde, ma il mare si intuisce, si sente solo, nemmeno quello si vede, oltre l’erba c’è un grosso dosso di terra. Di fronte la “Oriflex” fabbrica materassi e reti d’ogni tipo e misura. Qui, Pelosi – solo (da come raccontò lui, fu prima condannato in concorso con ignoti, poi come unico responsabile), con altri complici secondo la difesa – lottò, picchiò, investì e uccise Pasolini. «Ho sempre avuto paura per lui, come fosse un’ombra che può dissolversi da un momento all’altro o venire calpestata dai piedi ignari e crudeli dei passanti», scrisse Pietro Citati, il giorno dopo. Oggi, Pelosi, ritratta – con una intervista alla giornalista Franca Leosini nel programma “le ombre del giallo” – e accusa tre ragazzi con accento del sud, descrive un agguato: «compaiono dal buio, tirano fuori lo scrittore dall’auto e cominciano a pestarlo. Gridavano: ‘sporco comunista’, ‘fetuso’, ‘pezzo di merda’». Niente più litigio tra lo scrittore e il ragazzo, niente più colpa intera, erano seguiti, si aspettava solo il momento giusto per dargli una lezione. E allora perché non lo disse? Perché non confermò i dubbi dei difensori della parte civile: Nino Marazzita e Guido Calvi? Degli amici di Pasolini? Dei molti che pensarono a un delitto di Stato? «E’ un’amara constatazione poter dire oggi: avevamo ragione», dice Marazzita. «Pelosi ha ricostruito i fatti esattamente come li illustrai nella memoria conclusiva che poi fu recepita dal tribunale dei monomeri di Roma», gli fa eco Calvi. Il resto coincide: il ragazzo impaurito si mette in macchina, passa sul corpo inerme dello scrittore e fugge, viene preso e arrestato per furto d’auto, poi in seguito confesserà il delitto che solo adesso dice di non aver commesso. Il caso si riapre. Ora, rimane solo il silenzio della notte all’idroscalo. Il disordine che c’era intorno sembra essersi placato. «Cosa conterà la mia “vita privata”/miseri scheletri, senza vita/né privata né pubblica, ricattatori/cosa conterà o conteranno le mie parole,/sarò io, dopo la morte, in primavera,/a vincere la scommessa». Forse è davvero così: omicidio di Stato o no, lui ha vinto, ha avuto ragione. È l’una passata, ogni tanto sfreccia un’auto, un cane abbaia dalla spiaggia vicina, la sera è alle spalle.

Ciao Pa’.

[tratto da “Tutti i nomi dell’estate”]

 

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