César Luis Menotti: oracolo, bandiera, idea

Metà stregone, metà aristocratico. Fisico da ballerino, capelli lunghi sulle spalle – anche ora che sono tutti bianchi –, faccia asciutta e naso da guerriero greco, César Luis Menotti, il Don Chisciotte pragmatico d’Argentina, compie ottant’anni. E sembra ancora un ragazzo, con le sue tante vite: calciatore, allenatore, chimico, filosofo, e imperatore per una notte, nel 1978, accendendo la luce nella tenebrosa dittatura di Jorge Videla, quando vinse il mondiale con la nazionale argentina. Menotti si sente ancora torero e non banderillero, pragmatico e abilissimo, nella tattica come nella politica, nei pensieri come nelle azioni, in campo come nella vita, dove, però, voleva essere pianista, per via di una zia che era fidanzata con Carlitos Gardel che gli riempiva casa e orecchie con la sua musica, poi suo padre morì (quando aveva 15 anni) e la musica cessò, come le sigarette, il suo momento di silenzio senza nemmeno il conforto del fumo – poi lo vedremo fumare in ogni foto –, lo interruppe Florindo Moretti, il segretario generale del partito comunista argentino che lo vide in una pausa tra una riunione del comitato centrale e gli offrì di andare a giocare a San Jerónimo Sud, gli bastarono dodici gol per portarlo al Rosario Central, direttamente tra i professionisti. Quando gli offrirono il Central lui pensò a suo papà fermo sostenitore di Juan Domingo Perón e del fatto che Cagnotti, Potro, Gómez, Guzmán e García erano migliori de “La Máquina” del River. “La Máquina” del River era la cosa più bella vista per i campi di calcio del Sudamerica in quegli anni e ancora oggi leggenda, e poi essere nato a Rosario e giocare nel Central era il sogno di metà città, come vincere alla lotteria (citofonare Roberto Fontanarrosa). A Menotti di quegli anni rimasero due cose: la fede comunista, in fondo senza le interminabili riunioni nessuno lo avrebbe visto giocare, e la vergogna di guadagnare più di chi lo aveva portato nel campo giusto, poi col tempo e i tanti soldi guadagnati, è diventata un vezzo da esibire bevendo whisky e ascoltando i tanghi di Osvaldo Pugliese. Ma ancora oggi, non rinnega niente. Anzi. Ha vissuto, tanto e bene, sopravvivendo a Videla, e al calcio argentino. Resistendo grazie a due compromessi oltre-storici, quello del partito comunista con Videla, e il suo, dopo aver rischiato di essere cacciato in una agitatissima partita contro la Polonia al Monumental, un vero e proprio attentato, sventato da Passarella e dal pubblico. “Menotti no se va”. Lui che alla Selecciòn c’era arrivato perché aveva stupito tutti per come giocava e vinceva il suo Huracán (da allora, il 1973, non è più successo), fino ad essere promosso a “Cesar Nacional”. Capace di citare Borges e di applicarlo, come Sartre e Cortázar, passando per la vita di Napoleone – di cui invece applicò le strategie in battaglia aprendo negozi Puma per l’Argentina – o Manuel Vázquez Montalbán conosciuto allenando il Barcellona. Menotti – discreto calciatore – ha giocato da Dieci e da Otto, delantero, quando c’erano i numeri e a Santos giocava Pelé: suo compagno di squadra in Brasile. Tutti questi suoi ottant’anni sono connotati dall’avanguardia, va a giocare negli Stati Uniti con i New York Generals in anticipo sui tempi, il suo Huracán – rimasto nella storia argentina – giocava un calcio d’azzardo, di possesso, privilegiando lo spettacolo, e con le trame di passaggi che poi diverranno guardioliste e prima cruyffiane, in realtà erano cominciate con Menotti anche se poi in Europa: con Barcellona, Atletico Madrid e soprattutto Sampdoria non andrà benissimo; ma a rivedere il suo Barça viene da dargli ragione: faceva giocare Maradona da nove e mezzo come Messi; Carrasco e Marcos a fare la cameretta a centrocampo come Iniesta e Busquets; e Schuster da vero Xavi; solo che allora quando il tedesco la passava indietro ad Alexanko per farla girare e cambiare lato: la gente al Camp Nou fischiava. Era troppo avanti, Menotti. Non è un caso che proprio Pep Guardiola ne abbia fatto un oracolo da consultare prima di diventare allenatore, o quando si trattò di lasciare Barcellona, e prima di lui Jorge Valdano si era annoverato tra gli adepti fin da quando lo ritrovò come allenatore della nazionale giovanile: “Un giorno andammo a vedere la Nazionale tedesca, che era la nostra probabile avversaria, e i suoi giocatori ci parvero superuomini. Nessuno parlava, ci limitavamo ad ammirare quello spettacolo fisico con un certo complesso di inferiorità. Menotti invece rimase tranquillo. Improvvisamente, uno dei giocatori più coraggiosi, quello dall’aspetto più fragile e di origini più umili ruppe il silenzio per dire, sbuffando: «César, questi tedeschi sono fortissimi». «Forti? Quelli lì?» rispose Menotti con prontezza indimenticabile. «Non dire cretinate. Se prendiamo uno qualunque di questi biondoni e lo portiamo nel quartiere dove sei cresciuto tu, dopo tre giorni lo portano via in barella. Forte sei tu che sei sopravvissuto a tutta quella povertà e giochi a pallone dieci volte meglio di quei pezzi di legno»”. Menotti appartiene a quelli che credono nel pensiero oltre che nell’educazione, che sanno che un allenatore deve generare una idea e passarla, cercando di trovare i giocatori adatti a fare di quella idea una soluzione nelle avversità creando spettacolo prima che vittorie. Quella idea che ti fa dire no a Diego Maradona, nel 1978, rispondendo: “Ho già Mario Kempes”, e l’anno dopo vincere il mondiale under20 con Maradona e la stessa idea: “Diego fue el jugador más grande de la Selección Argentina”. È il vero padre del calcio moderno argentino, in convivenza con quello catenacciaro del medico Carlos Bilardo, di cui diceva – con molta ironia – “il fútbol è così generoso che gli ha impedito di dedicarsi alla medicina”. E giocando, a ottant’anni, si aspetta ancora di essere ingannato dal fútbol come dalla vita.

 

[uscito su IL MATTINO]

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