Gangs of Baires

Poi saranno anche romanzi e film, per raccontare tre settimane di febbre e centottanta minuti più eventuale recupero e possibili calci di rigore, con conseguente tragicità e trionfo. Perché Boca Juniors e River Plate non sono mai state solo delle squadre di calcio, ma la massima esplicitazione, su campi di pallone, dell’appartenenza. Nate entrambe da un sogno genovese, impastato a fame e bagnato nel porto di Buenos Aires, stesso quartiere, Boca. Nel secolo scorso, la capitale argentina era come la Cina adesso, tutta fatica e immaginazione, e tra fatica e immaginazione c’era una palla, nascevano squadre come palazzi: c’erano gli inglesi da sfidare, e la malinconia da prendere a calci. A la Boca, nei bar, si faceva e disfaceva, e in un giorno del fare nacque una delle grandi squadre, meno di nove mesi ma stesso travaglio per arrivarci e per scegliere il nome, poi uno se ne uscì con una cosa che aveva letto su una cassa, al porto, e suonava: “River Plate”, era “Rio de la Plata” tradotto da un inglese che aveva nostalgia di casa, che andò a sovrascriversi a Juventud Boquense, come si chiamava la prima versione del sogno. Presa. L’altra parte dei genovesi – c’erano anche altri mitteleuropei e qualche spagnolo – forse per un pragmatismo spiccio o per ripicca si tenne il nome del quartiere e ci mise anche un musicale persino aristocratico Juniors, risultato: Boca Juniors. Il resto è storia. Cento e fischia anni di storia. Partite, emozioni, vite, passano: Diego Maradona, Alfredo Di Stéfano, Mario Kempes, Juan Román Riquelme, Pablo Aimar, Javier Mascherano, Claudio Caniggia, Enzo Francescoli, Martín Palermo, Gabriel Batistuta e Daniel Passarella, per citarne solo alcuni. Storie. Un po’ di più che da noi, come cantava Francesco Guccini «disegnando un labirinto di passi tuoi per quei selciati alieni», perché laggiù c’è «la capovolta ambiguità d’Orione e l’orizzonte sembra perverso» soprattutto quando apparecchia un Boca-River e River-Boca nell’ultima finale su due partite della Copa Libertadores. Piove epica su Baires, sotto un cielo che verrà retto dai sogni a due sponde delle tifoserie, per contendersi il dominio – calcistico – del continente sudamericano, per capire bisogna pensare a “Gangs of New York” di Martin Scorsese ma col tango. Incarnando il comandamento di José de San Martin: «O sarai quello che devi essere o non sarai nulla». Si sono accorte di essere indispensabili l’una all’altra quando il River, con un paradosso tutto argentino, è andato in B (2011). Poi dopo 363 notti hanno ristabilito priorità. Già il fatto di aver eliminato in semifinale due squadre brasiliane, Gremio e Palmeiras, ha fatto sussultare gli argentini che tra Copa America e Mondiale non se la passano bene nonostante un rosario di talenti da Messi a scendere. Era il sogno di tutti, mai avverato nonostante tante sfide, giocare la partita più bella del mondo – gli argentini sono così, pensano che Maradona sia il più grande calciatore del mondo e solo uno dei maggiori argentini – il superclàsico è diventato la superfinal. Tanto che uno come Roberto Baggio chiama l’ansa dalla Cina per dire che tifa Boca e che sta cercando un modo per vederla; o Paredes, argentino dello Zenit, che si fa espellere per non perdersela. Di più hanno fatto solo Nahuel e Ana Sofia chiamando il proprio figlio nato nella settimana della prima sfida, Agustin Enzo River Plate. Il Boca insegue la sua settima Copa, il River ne ha tre, e questa volta ha l’allenatore, Marcelo Gallardo – vorrebbe essere Marcelo Bielsa ma agisce come Mourinho –, squalificato perché ha compiuto una azione da gaucho indisponente, è entrato negli spogliatoi per incitare i suoi nell’intervallo contro il Gremio, e probabilmente per quello strappo hanno ribaltato la gara, perdendolo nelle finali (10 e 24 novembre), un sacrificio alla John Wayne, che gli farà vedere la prima finale da casa e la seconda in tribuna. Gesto che sarebbe piaciuto ad Ángel Labruna, calciatore e forse più grande allenatore del River, che entrava sul campo degli avversari turandosi il naso e camminando in punta di piedi come se ci fosse acqua, fango o peggio bosta, non a caso chiamano quelli del Boca “Bosteros” (“bosta” è la merda di cavallo), e loro ricambiano con “Los Millionarios” – con la vendita di un pezzo di cuore: Omar Sivori ci fecero la quarta tribuna al Monumental – e “Gallinas” a indicare un animale codardo. Gallardo – l’unico nella storia del club ad aver vinto la Copa Libertadores sia da giocatore che da allenatore (2015) – per un ribaltamento da romanzo è tutt’altro che codardo, a sottolineare la mutazione delle storie, oggi non si può dire che alleni i fighetti e che il Boca sia solo poveri, il loro ex presidente, Mauricio Macri, guida il paese. La squadra invece è allenata da Guillermo Barros Schelotto – 4 Libertadores da calciatore del Boca – e non brilla (in campionato solo ottavi, due posti davanti al River), il classico di settembre l’ha perso due a zero in casa (gol di Gonzalo Martinez e Scocco), ha però Tevez, tornato dalla Cina in tempo per giocarsi la gloria – anche se non è Riquelme, ultima vera leggenda –,  Darío Benedetto (3 gol nelle ultime due partite) e il “Kichán” Pavón che vanno segnati tra i probabili assassini dei giorni di festa del River, che ha più gioco corale e un solo vero calciatore con sfarfallio stilistico: Gonzalo Martínez. Si insegue con euforia «la gloria eterna» che dai campi di pallone arriva ai libri di storia passando per le finali di Copa Libertadores.

[uscito su Mattino e Messaggero]

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