Poor Little Rich Boy

Il ragazzo prodigio, Wayne Rooney, il calciatore che più ha segnato con la nazionale inglese (53 gol), più di Bobby Charlton (fermo a 49) e Gary Lineker (48) gioca la sua ultima partita, con la maglia numero dieci e la fascia da capitano dell’Inghilterra. Dopo tre Mondiali (2006, 2010 e 2014) e tre Europei (2004, 2012 e 2016) Rooney lascia, giocandosela con la nuova generazione inglese. «Mi ha fatto piacere che Gareth Southgate –l’allenatore dell’Inghilterra – abbia voluto richiamarmi in Nazionale per le prossime due partite. L’ho apprezzato veramente. Tuttavia, dopo averci pensato a lungo, gli ho comunicato che ho deciso di ritirarmi dal calcio internazionale». E per capire, il privilegio e comprendere la sua parabola, bisogna uscire dalle strade di Liverpool – Croxteth, sobborgo popolare della città dei Beatles sponda Everton dove a nove anni già segna a manetta – che l’hanno visto palleggiare tra bidoni e lattine, sognando di giocare i mondiali, innamorandosene guardando l’Inghilterra di Lineker – capocannoniere a Italia ’90 –, dai campi dell’Everton e del Manchester United, ed entrare nelle pellicole di Shirley Temple. Bisogna comparare un doc della BBC mandato in onda dopo il 50esimo gol in nazionale: “Rooney – The man behind the goals” e i primi film della Temple. Vedere due bimbi – in epoche differenti – stupire masse, e crescendo tradirle, ma con classe, piccoli strappi deludenti, per salvarsi, probabilmente. E il legame tra i due è tanto più forte quanto più si guarda al calcio di Rooney, un calciatore moderno, attaccante con passaggi da trequartista, irruente, capace di giocare con entrambi i piedi – anche se usa il sinistro meno che può – eppure con radici profonde nel passato, sempre pronto a lottare – è l’unica calciostar che recupera palloni – che si s-forza per andare oltre il proprio carattere (“Tra compagni lo chiamavamo ‘il pitbull’. Quando perdeva la palla era così potente nel cercare di riconquistarla” racconta Cristiano Ronaldo), che calcia con rabbia in porta, e quasi sempre da lontano, senza mischiarsi, senza entrare in area, per nascondere la sua timidezza. Allo stesso modo basta aver visto ballare Shirley Temple per accorgersi dell’effetto bestia al circo con domatore. Entrambi avevano una immagine progettata quando erano ancora adolescenti, talenti rodati che producevano spettacolo e soldi, ma che si portavano dentro la voglia di essere normali. “Una infanzia igienicamente perfetta”: morbillo, successo, tristezza e un grande avvenire. E questo viene confermato da Alex Ferguson che nella sua biografia scrive: «Tutte le nostre informazioni su Wayne Rooney quando giocava nelle giovanili dell’Everton erano riassumibili in una sola frase: era come un uomo adulto che giocava nelle giovanili», cambiate il nome – il verbo è lo stesso: play –  e avrete Shirley Temple era come una donna adulta che recitava nella parti da bambina. Ma come sapeva un altro giovane prodigio, Arthur Rimbaud, «A diciassett’anni non si può esser seri» anche se si conoscono i cieli che esplodono in lampi. E a 17 anni Rooney fa l’esordio in Premier League con l’Everton, contro il Tottenham, condizionando la partita con assist vincenti e prestazione da romanzo. Per fortuna, anni dopo, Rooney in (Sud)Africa c’è andato a giocare un brutto mondiale e non a trafficare in armi come il poeta francese, è stato molto sfortunato con la nazionale a dispetto del record di gol che pare raccontare chissà quale impresa, in realtà non ha vinto nulla, è rimasto una speranza e con lui la sua generazione. Proprio nel 2010, in occasione di quei mondiali, la Nike scodellò un cortometraggio che lo vedeva lottare con Ribery che togliendogli il pallone lo sostituiva in copertina e sui muri, relegandolo di nuovo in periferia, giardiniere in roulotte a friggersi uova, barbuto in canottiera e con la panza, ma in un attimo lui riscriveva ancora una volta il futuro (era quello lo slogan) nella finzione e non sul campo. Lo scarto tra i successi nei club e la nazionale è quello che più pesa sulla sua carriera, la rovesciata con la maglia del Manchester United fece evocare George Best, poi in un derby con City, figurarsi la gloria, inferiore solo a Ronaldo col Real Madrid contro la Juventus, e alla pari col Pelé di John Houston in “Fuga per la vittoria”. Cinema, ancora cinema, sullo sfondo delle sue partite e al centro della sua vita. Come la storia d’amore con sua moglie Coleen McLoughlin cominciata a mensa alle elementari, mentre macinava gol ed era già l’eroe bambino della scuola, accompagnato dal mantra «Wayne Rooney! Remember this name!». E nessuno l’ha dimenticato.

[uscito su IL MATTINO]

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