Resta Piccolo maschio, dove vai?

Con una banalizzazione ancora più formidabile rispetto al solito, Francesco Piccolo aggiorna il racconto della sua vita sessuale. In pratica è l’evoluzione de “La separazione del maschio” con un peggioramento della scrittura e un appiattimento definitivo dietro la rinuncia a qualsiasi movimento oltre la restituzione del sé. Piccolo, e i suoi replicanti, sono la trasposizione letteraria della sala d’attesa. Ecco l’autofiction. Dove un tempo c’era l’ipocondriaco che, aspettando il turno dal medico, raccontava gli scampati pericoli o la signora che si confidava e vi diceva prima di suo cognato aperto e richiuso – mimando l’introduzione con conseguente biografia del chirurgo – e poi del suo problema al collo dell’utero, ora c’è Francesco Piccolo che racconta “L’animale che mi porto dentro” (Einaudi) – più Andrea Roncato che Franco Battiato –, tanto che ci mette anche le riviste, per distrarvi dalle sue pagine, e ogni tanto riassume “Malizia” di Samperi, “L’amica geniale” della Ferrante e “Sandokan” di Salgari. Per sostenere questo tipo di narrazione o uno è Proust e allora al posto dell’ombelico ha la bocca di un vulcano e ci gira intorno con una scrittura complessa e una abitudine alla profondità da speleologo – tanto che casa sua diventa molto più estesa dei campi di pallone dove correvano Holly e Benji – oppure l’operazione è ridicola, al punto che lascia il lettore in una noia e in una solitudine immeritata con lo stesso pensiero di Dino Risi quando guardava le pellicole di Nanni Moretti: «Scansati e lasciami vedere il film». Dalle emorroidi alle disavventure con i preservativi – se ne cerca uno scomparso dentro una donna bellissima come Indiana Jones cerca il Sacro Graal: doveva essere il momento Woody Allen, ma Piccolo non è Allen, anche se cerca il preservativo in un cassetto –, dalla menopausa della moglie ai problemi di salute di suo padre, dalla presa di coscienza sessuale al calo di ferro, assistiamo a un catalogo di vita banale – compresa di scopate altrettanto banali – tanto che leggendo ci torna in mente un personaggio di “The Hours” (romanzo di Michael Cunningham) che davanti a un caso di riproduzione passato per romanzo domandava: «pensavo si dovessero cambiare almeno i nomi». Piccolo può tranquillamente aver inventato tutto anche se riproducendo con un metodo da saggio – trovando esempi che supportano la sua tesi – la sua vita reale: rimane il senso di compitino. Perché il vero grande problema è il romanzo; prendiamo Jonathan Franzen, per citare uno che in un altro paese, occupa uno spazio come quello italiano di Piccolo – sceneggiatore, estensore di paginate sul Corsera – la sua è una opera complessa di elaborazione del presente non solo di restituzione, nel momento stesso che Franzen si proietta e frammenta nei personaggi che è capacissimo di inventare e non col giochino degli specchietti di Piccolo, ci fornisce: a) una maggiore estensione del tempo e dei fatti che racconta; b) una trama – mediamente complessa –; c) un numero consistente di personaggi che riproducono il tempo presente con molta efficacia; d) l’uscita dal sé e dalla propria vita; e) una o più voci narranti con cambi di lingua e di registro. Mettiamo che Piccolo abbia scelto la semplicità, e che se ne sbatta di quello che fa il suo equivalente americano – in termini di concessione di potere e non di scrittura – e che voglia scommettere tutto sulla soggettività, bene, rimane comunque una malintesa utilità dell’opera prodotta.

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