Drogba: evoluzione e successo del calcio africano

Non è stato solo un calciatore, uno che occupava militarmente le aree di rigore e che segnava facendo coagulare forza fisica e tecnica, ma anche il volto e il corpo della nuova Africa calcistica. Didier Drogba, che ora smette, saluta, ringrazia ed esce dal gioco, dove è stata una specie di divinità pallonara che dai campi africani è saltato dentro le playstation, senza per questo rimanere prigioniero della ricchezza, anzi. E se Ryszard Kapuściński sosteneva che l’Africa non esiste: troppo grande per poterla descrivere, possiamo dire che esistono i calciatori africani con il loro carico di storie che diverranno anche gol, poster, figurine, siti. E quell’esistenza la si deve a Roger Milla, prima, e soprattutto a Didier Drogba che lo segue in una ipotetica linea genealogica e che di fianco ha Samuel Eto’o. Per dire addio ha messo una vecchia foto sul suo profilo Instagram: “quando penso agli ultimi 20 anni della mia carriera da professionista, guardando questa foto non posso che essere orgoglioso di quello che ho ottenuto come calciatore. La cosa più importante è che questo percorso mi ha formato come uomo. Se qualcuno dovesse dirti che i tuoi sogni sono troppo grandi, ringrazialo e lavora sempre più duramente e intelligentemente per trasformarli in realtà”. È quello che ha fatto divenendo icona e riassunto, tanto da superare il racconto della Costa D’Avorio fatto dal nobel V.S. Naipaul ne “I coccodrilli di Yamoussoukro”, è il calciatore che ha segnato più gol con la nazionale (65) è quello che l’ha portata alla storica qualificazione alla fase finale di un Mondiale (Germania 2006), due finali di Coppa D’Africa (2006-20012), una Champions (2011-12) e tanti campionati vinti dall’Inghilterra alla Turchia (Galatasaray), con salti in Cina e poi negli Usa. In Costa D’Avorio la sua esultanza con rotazione del bacino è diventata la drogbacite, le birre locali definite drogbas per dimensioni ed efficacia, e nessuno avrebbe immaginato tanto seguito quando lasciò il paese a cinque anni per andare a vivere con uno zio che giocava nelle serie minori del calcio francese. Una infanzia passata a guardare calcio europeo alla tivù e a giocare tra Dunkerque e Abbeville, senza mai diventare francese e non era scontato. Potrebbe provare a diventare presidente come George Weah nella vicina Liberia, o capitalizzare e farsi arte come Samuel Eto’o che  Kehinde Wiley per conto della Puma ha usato come soggetto nei suoi quadri a spasso nel tempo. Invece no, Drogba ha deciso di vincere la Champions League, e non contro il Bayern Monaco segnando il gol del pareggio e tirando il rigore decisivo per la coppa, ma nella partita contro il Barcellona dove ha fatto come Eto’o (con la maglia dell’Inter e con la medesima squadra avversaria), appunto, non arte, ma parte, nello specifico tre (parti): la sua, quella del terzino aggiunto e quella del regista di se stesso: lanciandosi a porta da solo. I giocatori africani sono così, li abbiamo visti spostare di peso difensori per andare a segnare (Drogba), farsi il campo (e non solo) per andare in porta col pallone (Weah), diventare pragmatici più di un agente di Wall Street (Eto’o). Ci ha fatto comprendere che calcio africano non era solo folklore e sofferenza, ma anche e davvero evoluzione e poi successo. Non tutti hanno la fortuna di giocare nei migliori club d’Europa, e molti finiscono per strada dopo aver aggirato Schengen con il migliore – e ultimo – dei dribbling. Ma Drogba sta al calcio africano come il primo razzo cinese alla Luna, va oltre il confine e i gol segnati da Roger Milla col Camerun, e va anche oltre la medesima impresa di Eto’o con l’Inter, sì, perché quel Chelsea non aveva più Ancelotti o Mourinho, e volendo nemmeno un gioco da calcio piuttosto da cortile. Drogba non è solo fisico possente, no, la sua forza è la voglia di contrastare la pochezza del tempo, che passa veloce, i novanta minuti calcistici, dove lotta da supereroe e prega da leader religioso: come dopo aver portato la nazionale al Mondiale 2006, si è inginocchiato ed ha chiesto a entrambe le fazioni in guerra nel suo paese di deporre le armi e, nel giro di una settimana, il suo desiderio fu esaudito, andando oltre l’argenteria, come chiama i trofei. Drogba non smette, ed è quella la sua arma in più, la sua ossessione quella di non lasciar andare via nemmeno un secondo. Quando, dopo il gol al Bayern Monaco, in finale, si lanciò in ginocchio esultante tirando indietro il busto, apparve come il tavolo di un ferro da stiro, sembrava portarsi addosso tutta la fatica non vista della sua ossessione temporale: salti, partire e imprese. Un proverbio baulé dice: Colui che segue l’elefante non è toccato dalla rugiada. È probabile che Drogba l’abbia raccontato ai suoi tanti compagni di squadra, e loro, a passo lento e stando tutti dietro, si siano lasciati toccare dalla gloria, quella nera che ha i piedi e soprattutto la testa dell’elefante Drogba.

[uscito su IL MATTINO]

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