Gigi Radice: l’allenatore che sentiva fischiare i gol

Aveva gli occhi di ghiaccio e la faccia da imperatore romano. Un po’ Bruto, molto Cesare. Era un grande stratega, Gigi Radice, misuratissimo e ineccepibile, e non per questo privo di poesia. Un ermetico. Uno che venendo dal calcio di Nereo Rocco seppe guardare a quello olandese (la squadra di Cruyff del ’74), pressing in ogni parte del campo, fuorigioco, squadra alta, ruoli intercambiabili con marcatura a zona, e alla frenesia dei cestisti di basket che gli saltavano sotto gli occhi tra Milano e Varese, e il risultato fu la vittoria dello scudetto col Torino nella stagione 1975-76, cui seguirono secondo, terzo e quinto posto. Scompare a 83 anni, dopo essere stato tormentato dall’Alzheimer, che gli ha martellato la memoria minandogli ricordi e soddisfazioni, cancellando i campi dove aveva vinto e perso, e dove si era divertito. Non allenava dal 1998, ultima squadra il Monza. Partito terzino sinistro, vinse tre scudetti e la Coppa Campioni col Milan, fu costretto all’abbandono da un ginocchio troppo debole per la medicina e il calcio degli anni Sessanta, a trentuno anni già allenava il Monza e vinceva il campionato di serie C. Dopo portò il Cesena in serie A, il debutto lo fece allenando la Fiorentina. Ma è a Torino che compie l’impresa, dove applica tutto quello che ha imparato, visto, studiato e sudato, e lì che irrompe nel calcio, come in tackle, che diventa il Maestro solitario, quello che faceva a testate con Pulici prima di ogni gara, che dava manate sul petto a Pecci, e che provò Zaccarelli mezzo infortunato nello spiazzo di una pompa di benzina. Illuminista e superstizioso, come racconta Pulici. «Ci allenavamo al Filadelfia con palloni che avevano sopra un piccolo scudetto adesivo, io lo staccavo e me lo mettevo sulla maglietta: Radice, scaramantico, non voleva e mi sgridava», era un misto in tutto, con larghi momenti di ispirazione, e una ossessione di stampo sacchiano, basta vederlo entrare in campo al fischio finale di Torino-Cesena afflitto per la mancata vittoria, borbottante per il pareggio, mentre intorno si festeggiava il primo scudetto granata post Superga, un momento epico, ma lui fu capace di anteporre il record mancato. Era fatto così. Davvero si stava preoccupando del punto perso a dispetto della storia, e no non sorrideva. Lo fece dopo, portato a spalla dalla sua squadra, una di quelle indimenticabili. Il clima lo raccontò Pecci, uno da film, «Stavamo pareggiando in casa col Cesena e Radice aveva vietato le radioline, non sapevamo cosa combinasse la Juve a Perugia. Il portiere del Cesena, Boranga, mi dice “ehi, state calmi che la Juve sta perdendo, te lo giuro su mio figlio” e io penso: ma Boranga è sposato?». Però, il freddo e militaresco Radice era anche capace – anticipando i pof di Adriano Panatta – di chiedere a Emanuela Audisio: «Tu lo senti il fischio che fa la palla quando fa gol?». Portandosi dietro sudore e fango delle partite diverse, scure, rispetto a quelle dove si finisce per non sentire più niente per l’abitudine. «Alla gente piace avere un giocoliere cui battere le mani se fa un colpo di tacco, ma per me anche l’essenzialità è un grosso spettacolo». Elegante, distaccato, tenace, si era infilato nel calcio che contava pur non divenendo mai parte del Palazzo. L’essere diverso era evidente, infatti era guardato con sospetto e stupore, quello di chi prende una squadra – seppur gloriosa – ritenuta fuori dai giochi e la porta a vincere, senza nessun compromesso né ombra, solo giocando bene, e in modo diverso. «Quando in una città ci sono due squadre, e una delle due è abituata a vincere tutto o quasi, esistono due campionati: uno è quello vero, l’altro, non meno sentito, è quello rapportato alla Juve». Ma non era rimasto imbrogliato negli schemi, né si era adagiato tra le vittorie, no, aveva continuato ad essere se stesso allenando a Bologna – in una stagione difficile – tornando a Milano, sponda Inter, e poi Roma, Genoa, Cagliari. «Se il calcio non è anche una scuola di vita, non è niente». E il suo calcio è stato una scuola di idealismo, intuizioni e scomodità.

[uscito su IL MATTINO]

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