Liverpool in the sky with diamonds

Lì, sotto i cieli blu di periferia, come ironizzavano John Lennon e Paul McCartney in “Penny Lane” raccontando la loro Liverpool senza pioggia, dove adesso Jürgen  Klopp allena, dove nessuno – calciatore o tifoso,  a meno che non sia dell’Everton – cammina mai da solo, dove il collettivismo del porto è passato tutto ad Anfield come unico esorcismo in cerca del riscatto storico, dove i tocchi di Firmino aprono praterie alle corse da Beep Beep di Salah, dove i portieri sono stati fondamentali più che in ogni altro posto, lì, tra “A four of fish and finger pies”, ora c’è probabilmente la squadra più “crazy” della stagione, capace di oscillare tra grandi partite e tracolli pazzeschi. È già successo, molte volte al Liverpool di incarnare la parte lisergica registrata dai Beatles, “Lucy in the sky with diamonds”, e anche di incarnare la parte triste, quella grigia delle sconfitte, degli scontri, della morte, “She’s Leaving Home”. In principio c’era Anfield, che apparteneva ai rivali dell’Everton, e un canone di locazione troppo alto che li portò ad andarsene, così John Houlding, decide di fondare un’altra squadra, e nacque il Liverpool Football Club (era il 1892), la rivalità e il derby più longevo della Premier (con 76 vittorie a 57 per i Reds). La leggenda, invece, deve aspettare il 1959 e uno scozzese, Bill Shankly – ora divenuto anche una statua nei pressi di Anfield Road, come è accaduto a Ferguson a Manchester – che prende la squadra in seconda divisione e la porta ai vertici dell’Europa. Shankly era un allenatore moderno che seppe costruire non solo una grande squadra ma cambiare completamente il club, lavorando sul calcio e sull’orgoglio, sulla tecnica e sulla mente, uno che diceva cose alla Brian Clough: «Molte persone credono che il calcio sia una questione di vita o di morte, io non concordo con questa affermazione. Posso assicurarvi che si tratta di una questione molto, molto più importante»; o che quando parlava del derby con l’Everton che viene chiamato Merseyside Derby, dal nome della contea, diceva: «Ci sono solo due squadre di calcio nel Merseyside: il Liverpool e le riserve del Liverpool». Non solo uno che parla, ma uno che vince il campionato nel 1964 e nel ’66, la Coppa d’Inghilterra nel ’65, e la Charity Shield per tre anni di fila, e per capire la qualità dell’impresa è bene ricordare che sono gli anni del Manchester United di Best, e in Coppa Campioni lo ferma in semifinale l’Inter di Herrera. Dal ‘59 al ‘74 Shankly e le sue rose vincono (tra l’altro la Coppa Uefa nel ‘73) e cementificano appartenenza ed epicità, che sono racchiuse in quello che accadde proprio in un giro di campo dell’allenatore che celebrava la vittoria della Premier: un poliziotto gettò via una sciarpa che era stata lanciata, Shankly che era vicino raccolse la sciarpa, se la legò al collo e disse al Bobby: «Non farlo, per te è solo una sciarpa, per un ragazzo rappresenta la vita». Come per il suo secondo Robert Paisley che riuscì – complice un grande calciatore come Kevin Keegan – a vincere la Coppa dei Campioni tre volte, al pari di Carlo Ancelotti e Zinedine Zidane, per poi lasciare, come si faceva un tempo in Nazionale anche da noi, al suo vice a Joe Fagan. Negli anni Ottanta il Liverpool collide con la storia italiana e pesantemente, giocando due finali di Coppa Campioni con Roma e Juventus, vincendone solo una, ma l’altra è una partita che non doveva disputarsi. La finale di Roma la vinse Bruce Grobbelaar più che il Liverpool, un portiere scomposto, e molto “crazy”, in linea con lo spirito della squadra, che cominciò da giocatore di cricket e finì da clown, un giramondo con una vita da romanzo, che poi si prese la notte romana grazie agli errori di Conti e Graziani che furono ipnotizzati dallo spettacolo di arte varia che mise in scena. Su quei rigori si potrebbe fare una serie tivù, perché nello stesso giorno di dieci anni dopo, il capitano della Roma, Agostino Di Bartolomei, che il rigore lo aveva segnato – anche se era stato costretto da Nils Liedholm a partire per primo per alcuni rifiuti di altri compagni – si uccise. Nella finale successiva, vinsero gli hooligans, anche se a scorrere i nomi in bacheca l’Uefa dice Juventus, e poi deve aggiungere 39 persone normali (32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese) rimasti per sempre a Bruxelles, allo stadio Heysel, il 29 maggio del 1985,  quella sera cambiò il calcio, il modo di andare ai campi, e si perse l’innocenza. Il Liverpool fu bandito per sei anni dall’Europa, la squadra si concentrò sul campionato inglese, che vinse tre volte (‘86-‘88-’90), ma ci fu un’altra tragedia, quasi analoga a quella di Bruxelles, all’Hillsborough Stadium di Sheffield dove morirono 96 persone, per colpa della polizia e degli errori di distribuzione nei settori e non dei tifosi del Liverpool come accusò il “Sun” – dicendo che non avevano prestato soccorso –. Da allora dura il boicottaggio che si rinnova il 15 aprile di ogni anno, con l’esposizione di una finta prima pagina del “Sun” che gronda sangue e una scritta che dice: «La verità: 96 morti. Non comprate il Sun». Nella curva “Kop” dello stadio di Anfield Road, l’orologio è sempre fermo alle 15.06, ora del fischio di sospensione di quella partita del 1989. Il resto, prima di arrivare a Klopp e al suo calcio punk, è Rafa Benitez, che vinse una “crazy” finale di Champions League, ribaltando il risultato che lo vedeva perdere tre a zero nel primo tempo, prima pareggiando e poi vincendo ai rigori. Un miracolo calcistico, una partita assurda gettava via dal Milan di Carlo Ancelotti. Vista da Liverpool è un altro capitolo lisergico che dai Beatles arriva alla finale di Istanbul, la racconta molto bene John Graham Davies in “Ho battuto Berlusconi!” – Racconto in due tempi (più supplementari e rigori) edito da 66thand2nd. Davies parte da un personaggio Kenny Noonan, che potremmo identificare come il tifoso medio del Liverpool, voce narrante, che ha memoria di ogni singola vittoria e sconfitta, divide le stagioni in positive e negative a seconda dei trofei. La storia di una grande squadra e di come i gol a Liverpool, nonostante i Beatles, siano la vera colonna sonora delle vite.

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Liverpool in the sky with diamonds

  1. […] spinge, il Liverpool segna, e il Barcellona viene reds-montato. Come per poche altre squadre-corpo lo stadio e il gioco […]

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