La morte del maiale

Dalla morte di Bernardo Bertolucci ripenso a quando diciassettenne con un altro amico avevamo letto del suo primo o secondo film, non ricordo, sull’uccisione di un maiale. Credo si chiamasse proprio “la morte del maiale”. Era d’autunno, e avevamo appena visto molti dei film di Bertolucci, capendo poco del suo cinema, ma subendone un fascino enorme, al punto di spingerci all’emulazione. Eravamo a digiuno di Freud, ci mancavano tanti romanzi, e tantissime poesie, oltre tanto cinema, ma volevano essere come lui, eravamo convinti che partendo dal maiale avremmo poi girato “Novecento”. Continuammo a vedere il resto dei suoi film in vhs, a capirci poco, e a leggere articoli che parlavano del suo cinema, allora c’erano solo riviste di carta, ed era tutto un po’ più complicato. Erano gli anni Novanta. Io avevo una telecamera, che usavo di continuo, più che altro facevo esperimenti, di cui ora mi vergogno, ma ero spalleggiato dal mio amico che a sua volta facendosela prestare cercava di aggiungersi ai miei esperimenti. Eravamo una somma di entusiasmo senza risultato. Stavamo tenendo in piedi un sogno attraverso la morte di un maiale, e la stranezza ci sembrava un segno evidente della possibilità. Il cinema era sogno, appunto, e qualche volta carne, di maiale. Sapevamo che mancavano pochi mesi alle uccisioni, e quindi ci mettemmo a chiedere a tutti quelli che conoscevamo come proprietari di un maiale se potevamo filmarlo, aggiungendo la storia del primo o secondo film di Bertolucci, scoprendo che nessuno ne sapeva niente e lasciandoci interdetti e aumentando la nostra superbia, ma tutto questo non ebbe la meglio sulle ragioni del nostro cinema. Eravamo decisi a seguire Bertolucci e il maiale. Anche se poi discutemmo a lungo se filmare ogni morte di maiale o sceglierne una e girando con naturalezza come lui aveva fatto – almeno nell’articolo così si diceva – avviarci verso una grande carriera cinematografica. Ci sarebbe piaciuto chiamarlo al telefono per domandargli mille cose, e il mio amico chiamò anche il servizio abbonati della Sip, ma Bertolucci non era sull’elenco, o forse la voce della compagnia telefonica non disponeva dei numeri telefonici della provincia di Parma, chissà. In realtà ci fosse stato un numero, non avrebbe potuto rispondere perché stava girando “Il piccolo Buddha”, ma questo lo so ora. In assenza di risposte, decidemmo di riprenderle tutte e poi di scegliere la migliore, ovviamente filmavamo in vhs. Per una settimana passammo da un maiale all’altro, da una disperazione all’altra, da una colata di sangue a un’altra colata di sangue, e non è vero che sangue su sangue non macchia va subito via come cantava Francesco De Gregori, no, il sangue non è tutto uguale e soprattutto oltre a macchiare segna, sguardo e narici prima ancora che vestiti e soprattutto scarpe. In quegli anni si poteva ancora raccogliere e poi friggere, o impastarlo con la cioccolata, e noi filmammo questi colpi alla carotide, queste fontanelle di sangue che riempivano secchi, questi maiali che si lamentavano come umani percependo la fine, e con questi improvvisati plotoni di esecuzione: uomini che vibravano colpi alla carotide, donne che correvano a raccolta del sangue, e poi spellature, squartamenti e banchetti. Il risultato fu disastroso, perché il rito era diventato molto meno poetico e più urbano. La nostra morte del maiale non aveva la poesia degli uomini in tabarro nero che arrivavano nella campagna parmense in bicicletta, e che tirando fuori i coltellacci dalle borse divenivano dei guerrieri, almeno per come ce li restituiva Bertolucci (che poi aveva messo una morte del maiale anche in “Novecento”). Noi ci trovavamo davanti dei contadini di ritorno, assassini per un giorno all’anno, che non vedevano l’ora di mettersi a tavola. Non c’erano pali da piantare, non c’era rito, ma era tutto molto composto e più comune. C’era una organizzazione che ingoiava la poesia, non c’erano maiali che sfuggivano lasciando scie di sangue sulla neve, ma una esecuzione vuota, nazista. Oggi so che quella era la morte del mondo contadino, ma non avevo strumenti per decretarla, non avevo ancora letto Ernesto de Martino – ben nascosto dall’università italiana – e Bertolucci non era sull’elenco telefonico. Però, io e il mio amico, ci accorgemmo del disastro, avevamo filmato una azione che credevamo immutata scoprendo che era svanita. Di solito il processo è al contrario: il cinema restituisce una azione perduta, una persona scomparsa, un fatto dimenticato o meglio ancora inesistente che però diventa vero rappresentandolo. Noi ne avevamo scelto uno vero per ritrovarci davanti a una farsa. Quelli che uccidevano i nostri maiali avevano perduto la loro cultura, forse ingoiata dal terremoto o forse solo superata dalle accelerazioni consumiste che da tempo si susseguivano. Non potevamo capire come una azione che si compiva da molti anni si fosse banalizzata o forse non eravamo così bravi da salvare quello che ancora non era perduto, ma filmando capimmo che c’era qualcosa che non andava, anche se non sapevamo cosa né perché. Scoprendo l’importanza della finzione. L’unica modalità capace di far vivere ancora realtà e persone. Anni dopo, leggendo una intervista a Pier Paolo Pasolini avrei scoperto che secondo lui la vita è un lungo piano-sequenza: “dal momento in cui nasciamo fino a quando moriamo passa davanti a noi un piano-sequenza infinito. Ora il cinema non è altro che un’ideale macchina da presa messa davanti a questo piano-sequenza, a questo svolgersi continuo di avvenimenti che passa davanti ai nostri occhi dalla nascita alla morte. Quindi, in realtà, il cinema è un ipotetico, impossibile piano-sequenza infinito, infinito come infinita è la realtà che passa davanti ai nostri occhi. Da ciò deriva l’importanza del montaggio. C’è un salto, direi di qualità, di senso addirittura, tra ciò che è il cinema in teoria – cioè un piano-sequenza infinito – e ciò che è il cinema in concreto, cioè in un film. Quello che in un film conta è il montaggio. Il montaggio altro non è che la riduzione di questa linea infinita in un segmento [..] Da ciò nasceva in me un paragone, fatto per puro divertimento, ma che in realtà è secondo me abbastanza importante, tra montaggio e morte. Cioè noi sapremo che cosa è stata la nostra vita soltanto quando saremo morti. Noi non ci esprimeremmo se fossimo immortali. Così come la realtà non si esprime nel momento in cui è finita; diventa espressione nel momento in cui finisce, cioè attraverso il montaggio, per esempio in un film”. L’inseguire Bernardo Bertolucci in film apparentemente facile e che raccontava un evento familiare, ci aveva portato a scavalcare la realtà, imitandolo stavamo, più o meno consciamente, divenendo mortali, sentendo il bisogno di esprimerci secondo un linguaggio che ci sembrava raggiungibile, e anche se non lo era, e i risultati erano disastrosi, noi avevamo fatto un passo in avanti notevole: filmando la morte di un maiale, avevamo riconosciuto la nostra.

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