Take time for smell the roses

In una eventuale gerarchia delle sante personalità del calcio Bobby Robson sarebbe in cima alla lista, come lo sarebbe in quella degli allenatori che sono stati fondamentali, non tanto per il sistema di gioco quanto per l’evoluzione umana di questo. A restituircelo arriva un documentario girato così bene – e montato meglio – da chiedere che diventi un format: “Bobby Robson: more than a manager” di Gabriel Clarke & Torquil Jones. Giocando sulla cronologia, ma soprattutto lavorando sul sorriso hollywoodiano di Robson –  un Bob Kennedy inglese –, sui suoi occhi, che avrebbero fatto impazzire Frank Capra, e sulla pioggia, tra simbolismo e ricordi, interviste e ricostruzioni, passando per Pep Guardiola e Ronaldo, quello vero, (suoi calciatori al Barcellona), José Mourinho (suo giovanissimo vice e traduttore allo Sporting Lisbona, al Porto e poi al Barcellona), Alex Ferguson (giovane allenatore avversario), Gary Lineker, Paul Gascoigne e Terry Butcher (suoi calciatori nella nazionale inglese) o Alan Shearer (stella del Newcastle), attraverso loro vediamo come il sistema Robson abbia seminato eleganza, ironia, e una sorta di potentissima bontà senza mai perdere la fermezza. Nelle difficoltà come l’eliminazione in semifinale con la Germania a Italia ’90 o quella con l’Argentina di Maradona a Mexico ’86, o nelle vittorie col Barcellona – dove non ebbe vita facile –. Robson ci appare come uno capace di prendere le distanze da tutto, senza per questo apparire come un uomo algido, anzi, trasuda simpatia, coinvolgimento, riuscendo ad appartenere alla strana razza di gente che fabbrica altra gente, la prende e la rimette al mondo tirandone fuori il meglio. Uno abbastanza avanti nel linguaggio e nel percorso che poi hanno fatto gli allenatori, e non è un caso che Guardiola e Mourinho siano – di fatto – due sue emanazioni, che nell’enorme divario caratteriale, alla fine, ci fanno scorgere la grande lezione di Robson. Il documentario lo mostra bene, riuscendo anche a far sentire la sua inadeguatezza davanti alla mancanza di riconoscenza che sempre il calcio si porta dietro. Seguiamo la parabola del più grande allenatore inglese, mentre ne acquisiamo la grammatica di consolazioni e riscatti, senza espressioni gravi, minacce, rivendicazioni, piuttosto una essenzialità col sorriso. Le vittorie e le sconfitte passano, le reazioni a queste restano, e quelle di Robson sono un archivio al quale attingere, tra pragmatismo politico e ricerca del rispetto e della scienza nuova di stampo anglosassone. Nessuna stravaganza, e un comportamento esemplare di lotta contro i cancri che lo aggrediscono, fronteggiati con passaggi velocissimi per gli ospedali e ritorni ai campi. Ogni sua conferenza, ogni sua uscita, ogni sua dichiarazione fa dire agli inglesi: eravamo gente sensibile, allora.

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One thought on “Take time for smell the roses

  1. […] c’è già il Real Madrid e persino l’Inter) proprio come fece il suo maestro Bobby Robson – il più grande degli allenatori inglesi – dopo la delusione della Nazionale, e che gli […]

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