Addio al Totocalcio

Se ne va quello che era già perduto, e che sopravviveva nelle insegne dei vecchi bar, quelli dello Sport, nei ricordi di chi ne aveva fatto l’unica utopia possibile per non tornare al lavoro al lunedì: il Totocalcio. Arriva una riforma dei «concorsi pronostici sportivi», che si porta via una formula magica, quell’uno, ics, due, che racchiudeva il calcio, tutto, dalla Juventus alla Pro Patria, e le domeniche che contenevano i timbri vocali di Sandro Ciotti ed Enrico Ameri, e la realizzazione del teorema con gli annunci definitivi di Paolo Valenti in “Novantesimo minuto”. Dietro la schedina c’era un mondo che si è andato cancellando, con le scommesse e il Superenalotto, che non richiedono la presenza di una comunità, che privilegiano la frammentazione e l’individualismo e che permettono l’incompetenza. La schedina era altro, di fatto già conteneva la nostalgia, era una madeleine di carta, nata da una esclusione, un esilio forzato, quello di Massimo Della Pergola, giornalista della Gazzetta dello Sport, allontanato nel 1938 perché ebreo, era il suo “Pane e cioccolata”, messo in piedi con Fabio Jegher e Geo Molo (“padri” della SISAL). Il debutto avvenne alla fine del regime e della guerra il 6 maggio del 1946 e in principio i risultati da indovinare erano 12 e il nome era, appunto, Sisal (Sport Italia Società a Responsabilità Limitata) e solo nel campionato 1950-51 arrivò il tredici, poi entrato e rimasto come modo di dire: fare tredici al Totocalcio, che significava liberazione da tutto. Il tredici era davvero l’unico comunismo possibile come insegnava Giovannino Guareschi, in “Don Camillo Monsignore ma non troppo”, e anticipava anche il compromesso storico. Sì, perché il Totocalcio era la scienza del bar, con i suoi “tennici” e i “sistemoni” come raccontava Stefano Benni, dietro le colonne c’era il calcio e la – presunta – conoscenza di questo, e c’era la richiesta di andare oltre il tifo, quel sacrificio colossale che consisteva nel condannare la propria squadra del cuore ammettendone l’inferiorità – eventualmente solo domenicale – in funzione di un razionalismo o peggio solo di una remota speranza di riscatto. Fino alla soglia degli anni duemila il Totocalcio non era solo sorte e sfida, quanto rifugio, richiedeva una comunità e un legame eventualmente omertoso, chi non ricorda il povero Lino Banfi perseguitato dagli amici, e in società con “Parola”, Jerry Calà, in “Al bar dello sport”, o il Diego Abatantuono costretto da uno scherzo degli amici a scommettere e imporre la sconfitta della sua Inter da parte dell’Avellino in “Eccezzziunale… veramente”. Il Totocalcio incorporava scienza e magia, richiedeva fede, competenza e nel caso anche incompetenza, tutto per cambiare vita, l’unica “Sliding Doors” consentita in una società bloccata – che oggi rimpiangiamo – politicamente ed economicamente. Era un romanzo collettivo che viveva a puntate, con leggende – tutte intorno a un bancone – e disgrazie, come l’incontrollabilità dei soldi, uno dei temi nelle eterne discussioni del sabato tra un whisky e un fernet, seguiva elenco degli acquisti preceduto solo dalle fanculizzazioni che andavano dal capo reparto alla moglie. C’erano anche quelli come Spaccafico – Enzo Cannavale – in “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, che vincevano e il sogno lo compartivano, rinnovando il vecchio cinema, alimentando il riverbero del pallone, le vittorie, le sconfitte e i pareggi che divenivano pure vite rinnovate e/o rovinate nella speranza di, nell’attesa di. Via, niente gol, tutto cancellato, e affidato ad altri numeri, quelli del Lotto, che hanno altre storie, o alle scommesse su tutti i campionati del mondo, senza dover uscire da casa, senza nessun impegno sociale. Il Totocalcio non aveva la brutalità né l’immediatezza delle scommesse calcistiche di oggi, ma seguiva un rito, passava per una diversa discussione, si portava dietro l’attesa leopardiana, un gioco lento di carambola e rimando, di ispirazioni e conoscenze, che tirava dentro maghi e matematici, allenatori mancati, ex calciatori, era un gioco di popolo, che allacciava tutti, forse solo Gianni Agnelli non ha mai giocato, perché non ne aveva bisogno, e non sa che cosa si è perso. Perché non ha mai dovuto affidarsi al Totocalcio, noi, sì, e abbiamo persino cantato con Claudio Baglioni che sembrava ci capisse: “Se pareggerà il Cesena / Una villa con piscina / E se segnerà Mazzola / Una bella barca a vela / E la mente vola”, dimenticando Antognoni. Era tutto più semplice, uno, ics, due, niente tatuaggi, né dirette dagli spogliatoi, piuttosto un mondo in penombra dove c’era da immaginare una vittoria in trasferta, affidandosi ai giornali, carta su carta, nessuna liquidità, piuttosto un materialismo di desideri e componenti, che aveva pareti e facce e fumo. Un modo per cambiare esistenza, giocando su una colonna, una sola.

[uscito su IL MATTINO]

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