Mourinho e il deserto rosso

L’ammutinamento cominciato mesi fa viene completato durante la partita col Liverpool, mentre il Manchester United affonda lentamente – un Titanic –, in tribuna l’ad Ed Woodward e il senatore Bobby Charlton hanno facce che ricordano il crollo di una diga, quella che teneva le forze che volevano l’esonero di José Mourinho. Cade, sotto i colpi dei numeri (-19 dal Liverpool capolista, 7 vittorie in 17 gare, 29 gol fatti e 29 subiti), e dell’isolamento, in pratica era più alienato di un personaggio di Michelangelo Antonioni. Blow up. L’eclissi è compiuta. L’avventura è finita. La notte calata. E davanti non resta che un deserto rosso, quello dello United post Mourinho, affidato per a Ole Gunnar Solskjaer (45enne norvegese con un passato da attaccante nel club). In queste tre stagioni al Manchester United, Mourinho, ha lottato contro il passato della squadra – mai liberato dalla presenza del patriarca Alex Ferguson, e dei suoi ex ragazzi che non hanno perso occasione per attaccare l’allenatore portoghese, artiglieria pesante come Gary Neville e Rio Ferdinand – e contro il suo passato, che in Premier League dice Chelsea (scontando anche una irriconoscenza della tifoseria della squadra londinese). Due fuochi, uno amico e l’altro ex amico, due squadre che si detestano, e in mezzo lo Special One convinto di poter sempre portare a casa trofei e truppe. Questa volta non è andata così. Di questo inizio di stagione rimarrà una sola partita – quella ribaltata in Champions League contro la Juventus, con la mano all’orecchio protesta all’ascolto delle offese – e tante conferenze stampa, insomma più cinema che pallone. E dispiace. Mentre in rete tutti quelli che lo odiano festeggiano e irridono, e a loro si aggiunge anche Pogba – postando la sua faccia sorridente e chiedendo ai suoi follower di aggiungere la didascalia – poi si sfila, e lo sponsor lo giustifica, in una ennesima brutta figura, perché a Mourinho si può rimproverare tutto, tranne che non sia l’uomo delle difese, e su Pogba nonostante le incomprensioni, non ha mai espresso giudizi velenosi, e le partite del ragazzo si prestavano con poco. Purtroppo alle incomprensioni con Pogba si sono aggiunte quelle con  il capitano Valencia, e con Lukaku, da qui l’ammutinamento. Questo non era mai diventato il “suo” Manchester, sensazione poi ratificata in conferenza stampa – dove si sono giocate le vere avvincenti partite tra Mou e i giornalisti – «questa squadra non è costruita a mia immagine», che era già un addio, impensabile per uno che aveva abituato tutti ai colpi di scena, ai recuperi, ai ribaltamenti. Invece, finisce esonerato per la seconda volta di seguito, non era mai accaduto, ma ci può stare per un capitano di ventura, navigatore, (The Passenger, per dirla con Antonioni), arrivato a ingaggi enormi  (l’ultimo è di 15 milioni di sterline a stagione), e al suo terzo anno con la stessa squadra, non è mai andato oltre, ma è anche vero che prima andava via lasciando piene le bacheche delle squadre che allenava. Al Manchester United lascia una Europa League, una Community Shield e una EFL Cup. Non fosse Mourinho non sarebbe poco, ma da lui si pretende sempre tutto. Continua a difendere la leggenda, la annaffia con frasi ad effetto e colpi di teatro, ma il Mou di Manchester è sempre stato sotto tono, una produzione minore nonostante il contesto e il budget, ma c’era da adeguarsi a un club che cercava e cerca un altro Ferguson, e dove persino l’erede designato (David Moyes) aveva fallito. Il fatto stesso che non si esca dal cerchio Ferguson racconta i limiti delle tre stagioni mourinhiane, non la fine del suo metodo e del suo calcio, anzi. Questa bocciatura, nell’aria fin dalle amichevoli estive, con tutte le traversie, le rivendicazioni e il miglior Mourinho da rotocalco, dicono che ha bisogno di cambiare campionato, cercandosi una squadra più piccola e giovane (anche se all’orizzonte c’è già il Real Madrid e persino l’Inter) proprio come fece il suo maestro Bobby Robson – il più grande degli allenatori inglesi – dopo la delusione della Nazionale, e che gli direbbe di riprendersi il tempo per odorare le rose, «take a time for smell the roses», Josè.

[uscito su IL MATTINO]

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