Vanzina e Banfi, quando nelle schedine c’era la felicità

Più che nell’amaro Benedettino – come cantava Rino Gaetano – era nella schedina che stava il segreto della vita. Se è vero che scompare dalla realtà, è di sicuro consegnata al cinema, che ha acchiappato l’alchimia dell’uno, ics, due. E due (in trasferta a Torino e Milano) dei film cult con al centro il Toto-calcio, li ha scritti Enrico Vanzina, “Eccezzziunale… veramente” e “Al bar dello sport”. Autore di centinaia di sceneggiature, poi girate perlopiù dal fratello Carlo, e vero e proprio antropologo, capace di cogliere lingue e cambiamenti, al quale non poteva sfuggire la centralità sociale del Totocalcio. «La schedina mi lega a mio padre Steno quasi più dei set. La compilavamo negli ultimi anni insieme, ed era più di un rito. Era un modo per essere felici e oggi posso dire che lo siamo stati. Il nostro sistema richiedeva l’abbandono delle competenze, c’era una strategia diversa, alla quale rinunciavamo solo davanti a partite tipo Juventus-Catanzaro, sarebbe stato da pazzi mettere due. Ma il principio era applicare i numeri che ritardavano sul lotto ai tredici risultati, con due varianti: dare perdenti le squadre che durante la stagione ci divenivano antipatiche per un mucchio di motivi e dare vincenti quelle che ci erano risultate simpatiche, da questa combinazione e dalle discussioni è venuto fuori anche un 13, da un milione. Davanti alla vincita ci siamo trovati nella condizione di dover decidere se apparire o mandare l’avvocato al Bar Roxy. Ci siamo molto divertiti». Perché allora la ricerca della felicità, il ribaltamento della propria condizione comportava una uscita di casa, un andare oltre se stessi. Oggi stiamo a casa e online, il senso della città è stare da soli fisicamente e insieme virtualmente. «Per me la fine comincia con il fatto che non si gioca più la domenica. Invece, prima, mi ricordo che noi anche per vedere il secondo tempo dell’unica partita trasmessa dalla Rai, alle 19, andavamo a casa di Raimondo Vianello, uno che aveva giocato a calcio, grande appassionato e competente, e anche nostro compagno di schedina. Per salvare il rito noi e lui ci assicuravamo di non conoscere il risultato, quindi era tutto un gioco di sottrazione che cominciava dal fischio di inizio fino alla trasmissione, e consisteva nel tenere la musica alta per non sentire i festeggiamenti dei vicini tifosi di questa o quella squadra, nella sottrazione di qualunque scambio che potesse portare alla partita e quindi al risultato, così da casa nostra ai Parioli fino a casa di Raimondo che era Piazza dei Giuochi Delfici, si cercava di non incrociare nemmeno gli sguardi, e lui ci aspettava nel garage, poi salivamo per le scale secondarie, e se tutto riusciva la prima festa era per essere arrivati a quel secondo tempo salvi, cioè ignari del risultato». Possiamo quindi dire che la schedina richiedeva un compagno di giochi; una strategia con tre risvolti: competenza, incompetenza o misto di queste; un luogo di esplicitazione del gioco e uno di attesa per la verifica. «E il resto erano felicità e cinema». Come si vede bene in “Al bar dello sport” il cui protagonista era Lino Banfi, che interpretava un pugliese emigrato a Torino che faceva vivere i pesci del banco di suo cognato che lo vessava, insieme a sua moglie la sorella del Lino personaggio e al nipotino. «Ho vissuto il film come una sorta di vendetta – una vendetta buona – del Sud sul Nord. Attraverso il Totocalcio si ribaltava la vita di questo poveraccio. C’era un prima e un dopo. Ricordiamoci che quella era ancora la Torino che disprezzava noi meridionali, e la schedina era l’unico passaggio possibile per cambiare le cose. Tutta l’ostilità della città spariva con la vincita, dopo “la Mole di Antonello” come la chiamavo nel film, diventa un luogo di accoglienza e non più di distanza. Ricordo le mie preghiere durante le partite, come un pezzo di cinema davvero divertente, con la “Madonna dell’Incoroneta” o con cose che inventavo al momento come “Madonna benedetta della ribalta di Cerignola fai segnare il gol ai viola” per un rigore dato alla Fiorentina, e poi i miei borbottii, le interruzioni del bambino, la radio, la tivù, il mescolarsi di euforia e paura, l’andamento dei risultati metteva a rischio le coronarie e non per il tifo, e in quella frazione di tempo domenicale raccontava più delle carte d’identità». Oggi, invece, si sa tutto, troppo, e l’alchimia del 13 è sparita.

[uscito su IL MATTINO]

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