I tre giorni del Condor applicati alla cultura italiana

Dice Mario Vargas Llosa che un romanzo, se è un buon romanzo, “ci libera dalla nostra condizione limitata facendoci vivere in modo più ricco e più profondo”, da questo possiamo dedurre come mai siamo così annodati e poveri quando entriamo ma soprattutto quando usciamo da una libreria. Perché a volerne cercare, negli ultimi dieci anni, facciamo quindici ma pure venti, di romanzi italiani capaci di salvarci: diventa dura. Ci fosse un Joseph Turner – personaggio interpretato da Robert Redford come nei “Tre giorni del Condor” film di Sydney Pollack – intento a leggere libri per capire dove va il paese, troverebbe una montagna di autofiction con famiglie con lo stupore di diventare genitori, debolezze, tradimenti, tormenti per cose inutili e tantissime risposte a domande banali, un esercito di commissari, vice questori, magistrati, caserme e tanta periferia senza rivolte, ma poco se non pochissimo per liberarsi o per arricchirsi. A fare due conti, Turner, troverebbe la restituzione distorta di tante piccole realtà di genere che non diventano mai verità né tantomeno liberazione, ma solo intrattenimento senza la leggerezza della vecchia tivù. Da qui il dibattito meglio le serie tivù? Ma certo, soprattutto quelle straniere, basta prendere l’ultima stagione di “Narcos” per capire come le nostre Gomorra siano poca cosa, perché incapaci di darci la giusta mediazione tra male e bene: guardando la serie e il Messico degli anni Ottanta non si può non ammirare il personaggio di Diego Luna – Miguel Ángel Félix Gallardo – che passa da poliziotto di provincia a capo del cartello di Guadalajara ma allo stesso tempo ci si commuove per come la Dea trovi la sua ragion d’essere quando scompare un altro messicano, quello buono, “Kiki” Camarena. Come nei grandi romanzi dell’Ottocento c’è posto per tutte le parti, e male e bene convivono, a guardare romanzi e serie italiane si procede ancora a scatti. Ma questo è uno dei tanti problemi, quello principale rimane la lingua, e poi la trama. In Italia non si scrive per immaginazione e nemmeno per compenetrazione ma per fama, basta avere un pubblico per essere investiti del titolo di scrittore. Fin dai tempi di Bocca di Rosa la vocazione dovrebbe essere privilegiata rispetto all’improvvisazione, ma questa regola viene sovvertita dal fatto che alle maggiori case editrici italiane non interessa fare ricerca, e quindi scovare il romanzo capace di liberarci, ma solo l’occupazione militare delle librerie. In pratica, è come avere diversi drappelli di marine che gestiscono la produzione di libri e che hanno deciso che i loro difetti sono le regole, il resto è inservibile. Aggiungere “il mercato” ogni volta che si parla di qualità. Polemica lunga, arrivo tardi? Forse no. Partiamo dall’ultimo successo mondiale italiano, “L’amica geniale” di Elena Ferrante, davvero rientrerebbe nella categoria di Mario Vargas Llosa? È una saga che salva al pari de “Il ragazzo morto e le comete” di Goffredo Parise? O de “Il male oscuro” di Giuseppe Berto? O de “La vita agra” di Luciano Bianciardi? Provate a comparare tutte le pagine della Ferrante con una sola di questi tre libri e la discussione si chiude. Ovviamente c’è l’obiezione: non li ho letti, non li ho mai incontrati in libreria. Giusta. Presa. La contro domanda è: Come mai? Quella dopo è come siamo finiti così? Come siamo finiti con Pif al posto di Gesualdo Bufalino o Serena Dandini scambiata per Elsa Morante, o peggio la Ortese svenduta a rango di Valeria Parrella? Come siamo passati da Malaparte a Baricco e da Pasolini a Saviano? Come mai oggi non c’è Flaiano ma tanto Maurizio De Giovanni? O come mai manca Manganelli? E per quanto mi riguarda manca tantissimo uno come Meneghello? Semplice, non ci servono più, la complessità è stata respinta e giudicata fuorilegge, c’è stato un sovranismo e una stupidità che ha anticipato la politica, una deriva che è cominciata quando si è deciso che tutto doveva essere elementare, e vissuto; si è cominciato a chiedere allo scrittore una prova di innocenza molto prima che a misurargli la pressione fascista arrivasse Michela Murgia, una che ci ha permesso di aggiungere una terza categoria a quelle andreottiane: “I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato”, poi ci sono quelli che vogliono correggere Mozart. Una idea che non è venuta nemmeno a Jimi Hendrix o ai Beatles quando erano più famosi di Gesù Cristo, ma alla scrittrice sarda sì, in nome del politicamente corretto. In pratica gli scrittori italiani combattono la grande insoddisfazione con le loro piccole insoddisfazioni, lasciando il lettore senza salvezza. E dove un tempo arrivavano in soccorso i poeti, oggi troviamo gente che twitta, fuori dai social network, nelle pagine della Serie Bianca Einaudi, o nella collana mondadoriana de Lo Specchio, e via andare.

[1-segue]

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: