Una vecchia lettera di Depardieu a Bielsa

Caro Marcelo,

il panorama è fatto di case piccole e monotone, per questo scrivo a te che sei un castello. Non ci vediamo dai tempi di Marsiglia, quando accettasti di farmi entrare nel tuo rifugio e mi cucinasti due uova al tegamino bevendoci su Borgogna (era l’Echezeaux Grand Cru, 2002 di René Engel), in fondo erano solo le undici del mattino, ci poteva stare.

Approfitto di questo spazio pubblico per dire a tutti i francesi – un popolo senza più libertà né uguaglianza e solo con un poco di fraternità: la parte povera – che sono fortunati ad averti di nuovo, fortunatissimi quelli di Lille, dopo quelli di Marsiglia. Mi piace che tu stia lontano da Parigi, so che non finirai mai al fianco di Macron e questo mi rincuora, ormai dallo spettacolo allo sport è una unica sola baguette. Une petite merde. Una Disneyland del formaggio e del vino. Ho nostalgia di Mitterrand, sarà che mi manca la povertà, mi manca il senso del rischio: lo sai sì, che sono stato un ladro d’auto, un borseggiatore e poi un ladro di facce, prima di lasciarmi andare, di scegliere di starmene a Mosca con Putin, dovresti conoscerlo, l’altra sera gli ho detto che se davvero voleva vincere i mondiali nel 2018 avrebbe dovuto chiamare te ad allenare la Nazionale, ma ormai è tardi. Non so se è un bene, ma si è appuntato il tuo nome. Ormai il calcio è l’unica cosa che suscita un vero dibattito, per questo la tua rubrica è diventata più importante dei discorsi di Macron – lui è come il bianco dell’uovo: non sa di niente. Anche montato, il bianco dell’uovo continua a non avere sapore – la sua voce non mi arriva, non mi entra dentro, mentre le tue parole, la tua sincerità, mi emozionano. Io vengo dai cessi, c’ho passato tutta l’infanzia, i cessi di un aeroporto, a Orly, aiutando mia nonna a pulirli, è lì che passavo le mie vacanze. Dormivamo in una baracca in fondo alla pista d’atterraggio. Mi mescolavo ai viaggiatori, guardavo i parenti in attesa. Ogni aeroplano che si alzava per me era un miracolo, sono stato tante cose, da Cyrano a Strauss-Kahn, ma piango quello che non sarò mai più: un ragazzino povero, innocente e con un sogno. Per questo non mi piace più la Francia, perché non mi appartiene, come io stesso non mi appartengo. È un discorso complicato, ma so che tu puoi capirlo, rimpiango me stesso, quello che ho perduto diventando quello che sono: uno stronzo. Come tutti gli attori. Persino Shakespeare e Molière lo erano, due stronzi. Però io vivo di passioni predominanti, non sono ancora morto, non mi sono consegnato a nessuno, come scrivono i giornali, perché so che cosa vuol dire dover scappare, so cosa vuol dire essere spaccato dentro, so cosa vuol dire avere paura della morte e non smettere di fotterla. Il destino è ingiusto ti riempie di soldi quando vorresti il tempo e viceversa. Sono rimasto un insicuro, come la fanciulla che Leporello cita per ultima, e mi manca la naturalezza dei panettieri, almeno di quelli che conoscevo io, quando facevo il garzone. Ma non voglio tirarla per le lunghe, ti faccio le domande, altrimenti i redattori de L’Équipe mi tagliano voce e parole, o non ti fanno arrivare questa lettera, comunque ti chiamo nei prossimi giorni. 1) Quanto ti sta sul cazzo Bernard-Henri Lévy? A me tantissimo, l’ho sfidato a duello, ma non risponde, eppure quando si tratta di chiedere la morte degli altri non ha paura, e poi le sue camicie aperte e bianche mi ricordano la democrazia francese, ti sembra che tu possa vedere tutto, toc­cargli il petto, ti sembra che il suo bianco sia immacolato, invece non solo è distante come tutti i figli di papà, ma il suo bianco è un inganno, è un grigio chiaro, sono le luci della tivù che lo illuminano. 2) Che scegli tra aragosta, gamberi e anguilla? 3) Lo sai che i romani avevano una dea per ogni cosa? E tu che hai? A noi ribelli che cosa resta? 4) Secondo te, l’Europa è così una merda perché ha preferito Beethoven a Mozart come autore dell’inno? O ci sono anche altri problemi: tipo che non ci sono più cani liberi per strada, mentre il Sudamerica ne è pieno? 5) Nel calcio di oggi, secondo te, Baudelaire giocherebbe titolare? 6) Posso regalarti una isola greca senza che tu possa sentirti in dovere di ricambiare? 7) Pensi che sia arrivato il momento che io giri un grande film su Céline? Che opinione hai di lui? 8) Come ti spieghi che un paese come la Svizzera, che mastica cioccolata e ha l’asfalto luccicante come spiagge che arriva fino alle cassette di sicurezza dove ci tiene le vacche, possa produrre un uomo come Federer? 9) Ogni tanto ti manco? Chi vorresti ti interpretasse in un eventuale film sulla tua vita? Escluso me, ovvio. 10) Tu mi manchi, e per questo volevo chiederti chi ha scritto l’addio migliore per la morte di Fidel Castro?

Gérard Depardieu – Novosibirsk in Siberia,

 ***

Gerard,

sono un vagabondo, dove mi mettono là sto, anzi dove c’è un campo ci sono io, e proprio per questo posso capire il rammarico verso il tuo paese. A me è capitato persino di odiarlo il mio, quando c’era la dittatura ed ho rischiato che mio fratello sparisse come la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze della nostra generazione. Ricordo benissimo l’incontro di Marsiglia, e ne conservo un sentimento di gratitudine enorme, ho molto riso e mi sono molto divertito, quando penso alla Francia mi vengono in mente due persone: tu e Julio Cortázar, sai lui ha vissuto ed è morto qui, e leggendolo mi incuriosiva il tuo paese, così migliore del mio da vedere, e senza indugi, la grandezza di Julio. A me piace il tuo essere selvaggio, il tuo inseguire la giovinezza, in fondo è uno dei motivi che mi tiene annodato ai campi di calcio, giocando si è sempre giovani, fosse per me vorrei morire in panchina come il vostro Molière sul palco, anche se, come dici tu, era stronzo. Ho avuto una famiglia diversa dalla tua, dalla quale sono dovuto scappare per poter giocare a calcio e poi allenare, a leggerti viene da invidiarti per quel tempo all’aeroporto, credo che tutta la tua libertà sia dovuta a quegli aeroplani, al fatto che respiravi i posti che li avevano visti decollare e sentivi i sogni di quelli che si mettevano in viaggio, bah, forse è solo una stupida suggestione, sai come siamo noi argentini: dei rigidi sognatori. Non voglio farla lunga, vieni a Lille a trovarmi, e porta una bottiglia di Borgogna. 1) Meno di Mourinho. 2) Se dicessi aragosta, tutti penserebbero che sono un ricco viziato, se dicessi gamberi, uno che si accontenta senza sognare il meglio, e l’anguilla risulterebbe una scelta proletaria – a meno che non ci trovassimo in Giappone – per questo dico tutte, e ti do anche dei consigli, appresi in Messico da un italiano, Aldo Buzzi: Aragosta. Tagliala a metà, secondo la lunghezza, un’aragosta viva da 1 Kg. Bisogna lavorare in fretta perché il crostaceo non soffra. Gamberi. Pulisci questi crostacei e falli lessare gettandoli vivi in acqua bollente. Anguilla. Con un coltellino affilato incidi l’anguilla viva intorno alla testa. Nel punto inciso rivolta la pelle e, tenendo l’anguilla per la testa, con l’aiu­to di un panno: spellala in un colpo solo. 3) Sono un illuminista: ho solo la ragione, che non è poco. 4) Molto ha pesato, Mozart finisce in una fossa comune come ora i tanti migranti africani finiscono in mare. Non lo so bene, a me l’Europa sembra un posto con una grande vista sul cimitero, come Key West, solo che tutti guardano dall’altra parte. Sai, questa storia dei cani mi fa pensare a Il Cairo e a Omar Sharif che mi raccontò una storia su di loro, sai come era lui, all’improvviso dopo quella bella risata si metteva a recitare, tanto che scrissi quella storia, eccola: “I cani del Cairo, vite sottili e musi lunghi, non conoscono le buone maniere, passano tutto il tempo a respirare lo smog, fino a diventare ciechi, hanno occhi stanchi e qualche volta un chiodo in una zampa. Ma non abbaiano, o lamentano, ti girano intorno. Fieri, non chiedono nulla. Hanno tre chilometri di autonomia prima che il sole li abbatta, o la noia li uccida. Qualcuno si trascina ancora una corda, segno della sua fuga. Mangiano pesce salato i cani del Cairo, a sera non ululano alla luna né vanno dietro ai turisti, si perdono in cerca d’acqua fino a diventare feroci. Al mattino li trovi all’uscita degli hotel sonnacchiosi e disarmati, accovacciati davanti a una sporca tovaglia ad aspettare che piova”. 5) Baudelaire si annoierebbe a morte. 6) Non devi regalarmi nulla, mi basta la tua amicizia. Sai, c’è un detto haitiano che non ti spiego, che dice: «I contadini non dovrebbero fermarsi in città». 7) Ho letto quasi tutti i libri di Céline, mi piace la sua disperazione, il suo isolamento, e sì, mi piacerebbe vedere un tuo film su di lui. Mi ha molto colpito una poesia che ho letto su una rivista, era di un certo Jean-Marie Guyau: “I piedi delle ballerine / Danzano / sulla testa di Louis-Ferdinand Céline / mentre le sue mani / aspettano / il temporale adulto / della perversione / e i suoi cani con gran foga / abbaiano / tra gli assoli pagani / di Toto / pappagallo del Gabon: / una confusione / che non distingue / le cose vicine da quelle lontane”. 8) Ogni paese prima o poi è il sogno di qualcuno, o la patria di un eroe, può succedere persino alla Svizzera. Ti allego un articolo che ho ritagliato su Federer, è di uno svizzero: Peter Bichsel. 9) Direi Omar Sharif o tu. 10) Che domande, Gabriel García Márquez.

Marcelo Bielsa

[tratto da “IL CATENACCIO MI STA ANTIPATICO]

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One thought on “Una vecchia lettera di Depardieu a Bielsa

  1. yoklux ha detto:

    L’ha ribloggato su CONSERVIAMO LA POESIAe ha commentato:
    …anche per Céline…

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