Malcuit: una forza del passato

Sarà perché è stato sul punto di smettere che tutto il calcio di Kévin Malcuit appare come una evasione dalla sua difesa. Non sale verso il centrocampo, scappa per tornare a quell’area dove voleva stare e aspettare i palloni per segnare. Sì, perché Malcuit nasce attaccante, poi viene spostato da Michel Estevan, allenatore dell’Étoile Football Club Fréjus Saint-Raphaël (se la squadra non viene segnalata nemmeno dal più perverso – geograficamente parlando – radar dei vostri amici scommettitori è perché si tratta della terza categoria francese), sulla fascia, e il resto è una storia di pallone sperimentale e derivazione del principio di Archimede: più lo immergevano nelle retrovie, maggiore era la forza che lo riportava nelle aree avversarie, adesso lo sa – e bene – anche Pippo Inzaghi. Due dei tre gol del Napoli al Bologna sono nati dalle evasioni di Malcuit e dai cross conseguenti, figli di quella tentazione continua di tornare ad essere il desiderio della sua giovinezza o almeno farne parte servendo i palloni decisivi agli attaccanti, finendo per accorciare la distanza tra quello che era e quello che è, tra il ruolo che voleva occupare e quello che occupa. Il suo stare in campo è la ricerca di un posto dove fu per poco, una storia che avrebbe fatto impazzire il poeta Giorgio Caproni, specialista in realtà sfuggenti, quasi che le partite di Malcuit siano un ritorno a casa, e non potendola raggiungere divengano una mediazione tra due ruoli e  soprattutto due mondi, portando qualcosa del primo nel secondo: salta l’uomo con una facilità enorme, non a caso in Ligue 1 era il difensore che dribblava di più. Il resto è corsa. Passa velocissimo tra il presente e il ritorno al passato, non vede l’ora di lasciare la sua area per quella avversaria, ma in mezzo ci sono i comandamenti tattici, e allora tocca passarla, e bene, perché ogni gol segnato da un compagno su un suo cross è un avvicinamento al mondo perduto. Da qui la sua precisione, e classe, non tanto sul primo dei due passaggi in area per Arek Milik, ma sul secondo: un esterno alto per la testa dell’attaccante polacco che incarna tutto il coinvolgimento emotivo di Malcuit, la gioia bambina del ritorno a casa. In pratica è un terzino mosso dalla nostalgia, che non riesce a rimuovere il sogno, ha accettato il cambio di ruolo ma non ha smesso di evaderlo, per questo sulle marcature lascia a desiderare, ma davanti a un tale amore per il passato, e davanti a un terzino capace di arrivare a ripetizione dall’altra parte, e in scioltezza, si può aspettare, provando a lavorare sul futuro: esaltando – come sta facendo Ancelotti – questa sua propensione, e come speranza che possa recuperare nelle marcature c’è il fatto che nei contrasti è difficile da superare, li vince quasi sempre lui, certo potremmo pensare che è solo la tensione di riavere il pallone per tornare ad attaccare, ma tocca anche dargli qualche attenuante difensiva. Anche perché a tutto questo va aggiunta la creatività – da attaccante, eh sì – di Malcuit, non è il solito crossatore monomaniaco, no, è capace di inventarsi di tutto per metterla in mezzo e prima di farci stare anche tre o più finte, il dai e vai deve sembrargli una riduzione discorsiva, ingannevole. Lo fa per rispetto verso se stesso, corre incontro al suo passato ogni volta in modo diverso, riuscendo sempre a sorprendere quelli che occupano, ma da opposti, il suo ruolo, guardandolo come un mezzo marziano. In realtà ci sono Dani Alves e Marcelo, divenuti suoi modelli per forza di cose, ma con molta più esperienza e titoli, perché Malcuit si è un po’ perso nella provincia francese prima di arrivare al Saint-Etienne, e, poi, per sua fortuna al Lille – ultima tappa del suo lungo e accidentato tour de France – è passato un allenatore come Marcelo Bielsa che in poco l’ha capito e gli ha dato la possibilità di ricercarsi, il resto l’han fatto le sue doti, confermatissime anche col Napoli. Le sue discese sono una rivendicazione, la sua fascia una possibilità di ritorno, le sue giocate sono continue trasgressioni al ruolo, andate e ritorni alla ricerca del pallone perfetto da servire. Col Bologna l’ha fatto due volte, condizionando moltissimo la partita, in un precisissimo rapporto tra cross e ricerca dell’identità di ruolo. Fin quando non si accontenterà di essere un normale terzino, il Napoli beneficerà di palloni precisi da mettere in porta, nei modi di più assurdi, arrivando fino alla linea di fondo, sul baratro della geometria concessa per realizzare un desiderio prima ancora di compiere il proprio compito. Malcuit la mette in mezzo in ogni modo, spesso troppo forte, accompagnando i palloni con la rabbia di non esserci, cercando di non sprecarne nessuno, inventandosi una vocazione all’assist pur di rimanere nei pressi della dimensione negata. Se continua a giocare così, riuscirà ad arrivare in porta col pallone, a segnare e cucire le sue due identità, dismettendo per un momento – il tempo del gol – l’inquietudine che lo abita.

[uscito su IL MATTINO]

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